O mio bel medagliere che brilli da lontano

Avete presente quando siete in montagna e vi dicono che da lì, nelle giornate di sole, si vede la Madonnina del Duomo? Magari voi, pur sforzandovi, non riuscite a individuarla. Però c’è. Dominante, tuta d’ora e piscinina. A Milano è un po’ la stessa cosa, ma al contrario. Nelle giornate di sole, oltre i grattacieli di City Life, si vedono le montagne. Pur sforzandovi, non scorgerete Cortina, Bormio, Livigno, Predazzo o Tesero. Però ci sono. Sono lì, da qualche parte. Tutte d’oro, d’argento e di bronzo. Lo sa bene Swiss Olympic, che è riuscita a unire i puntini, piantando una bandierina rossocrociata in quasi ogni sede di questi Giochi esageratamente diffusi. Lo ha fatto salendo sul podio in ogni località, ad eccezione di Anterselva, terra del biathlon. L’incredibile record di 23 medaglie elvetiche alle Olimpiadi invernali (frantumato il precedente di 15, stabilito a tre riprese nel 1988, 2018 e 2022) si spiega anche così: con la varietà. In Italia, ci siamo presentati con una delegazione «monstre». Da record pure quella: 175 atleti, 91 uomini e 84 donne (proporzione femminile del 48%, altro primato). Inoltre, eravamo rappresentati in tutte le discipline tranne tre. Lo sci alpino (9 medaglie, 4 ori), fiore all’occhiello, ha fatto la voce grossa, anche se quasi solo al maschile. Nei primi dieci giorni Franjo e compagni hanno praticamente monopolizzato il nostro medagliere. Ma negli ultimi cinque giorni, con addirittura tredici podi, il forziere è esploso.
Varietà nell’eccellenza, dunque: oltre a marcare il territorio negli sport tradizionali (sci alpino e nordico, hockey, curling, bob) e a confermarci nel variegato mondo del freestyle (slopstyle, aerials, skicross), anche a questo giro ci siamo dimostrati intrattabili in una specialità al debutto olimpico: lo sci alpinismo. Altra osservazione: a Milano Cortina hanno vinto una medaglia sia i nostri due atleti più vecchi, Silvana Tirinzoni (46 anni, curling) e Alex Fiva (40 anni, skicross), sia la più piccola, la 17.enne Laure Mériguet, bronzo con la Nazionale femminile di hockey al fianco di Nicole Vallario, che con la sua grinta e il suo sorriso ha rappresentato al meglio il Ticino insieme al collega della Nazionale maschile Michael Fora, che l’impresa, purtroppo, l’ha solo accarezzata.
Varietà, eterogeneità. Personaggi esperti come Fanny Smith (quinta Olimpiade e terza medaglia di fila) sono stati affiancati da 94 esordienti ai loro primi Giochi. Alla base di questi successi rossocrociati (oltre al sostegno pubblico allo sport d’élite), c’è una politica di selezione che guarda al futuro. Swiss Olympic non porta ai Giochi soltanto chi può puntare al podio o a un diploma (top 8), ma anche coloro che questi traguardi potrebbero raggiungerli un domani. È un investimento. E può fare la differenza. Prendete Noé Roth, 25 anni, due argenti negli aerials. C’era già nel 2018, in Corea del Sud, appena ragazzino. Arrivò sedicesimo. Nel 2022, un po’ più maturo, chiuse ottavo. A Livigno era tra i favoriti e non ha fallito, forte del suo passato olimpico. Pensate invece all’americano Ilia Malinin, 21 anni, stella del pattinaggio artistico e re dei salti quadrupli. Il suo oro era dato per scontato, ma a Milano è crollato, diventando il volto triste dell’Olimpiade 2026. È stato sopraffatto dalla pressione. «Se mi avessero portato a Pechino nel 2022, non sarebbe andata così», ha sussurrato subito dopo il suo programma libero. Detto in altre parole: se a 17 anni avesse potuto sperimentare il significato delle Olimpiadi, a 21 avrebbe saputo gestirle.
Gioie e dolori, imprese e sogni interrotti. Immagini che restano. Malinin che cade, Vonn e Fiala che si spezzano una gamba, McGrath che inforca e si rifugia nel bosco. Ma anche la tripletta di Von Allmen, i sei ori in sei gare del leggendario fondista norvegese Klaebo, l’euforia della squadra di casa, l’Italia, pure lei da record con 30 medaglie. E poi le immancabili controversie, dai fischi di San Siro agli israeliani e al vicepresidente americano J.D. Vance, fino al caso dello skeletonista ucraino Vladyslav Heraskevych, escluso per il casco decorato con le immagini di atleti e allenatori ucraini uccisi durante l’invasione russa. Politica e sport si sono intrecciati fino all’ultima gara, la finale dell’hockey tra USA e Canada. Dopo tanto rumore, Donald Trump non si è fatto vedere a Santa Giulia. Ma le tensioni tra i due Paesi, innescate dallo stesso presidente americano, hanno dato alla sfida (poi vinta dagli statunitensi) un significato capace di travalicare le balaustre di un’arena di hockey. Una splendida, moderna, arena di hockey. Che presto, dopo le Paralimpiadi, diventerà una splendida, moderna, arena da concerti. Forse, nelle giornate di sole, la si vedrà anche dalle montagne.


