Parmelin punge e Calimero si offende

È arrivato il momento in cui il Consiglio di Stato dovrebbe smettere di guardarsi allo specchio con l’aria offesa e chiedersi se il problema non sia anche dentro casa. Il Ticino, invece, sembra aver scelto il broncio istituzionale, il sopracciglio sollevato e la ricorrente lettera del lamento spedita a Berna. Una specialità quasi quanto il risotto al grotto e la lamentela sulla perequazione. Quando dalla Confederazione arriva una critica, dalle nostre parti si apre il sipario. Il copione è noto: il Ticino è piccolo, periferico, particolare e incompreso. E se qualcuno, sommessamente, ricorda che in una Confederazione le regole valgono per tutti, parte la reazione indignata. Non importa se l’osservazione contiene una verità: l’importante è stabilire che qualcuno, lassù, ce l’ha sempre con noi. Guy Parmelin, intervenendo al Festival Endorfine e intervistato da Sacha Dalcol, ha detto parole scomode, forse ruvide, urticanti, certamente poco accomodanti. Ha ricordato che il blocco dei ristorni dà un’immagine negativa del Cantone. Ha invitato il Ticino a utilizzare le sedi istituzionali appropriate. Ha suggerito, con una domanda tutt’altro che metafisica, di domandarsi se non si stia spendendo troppo. Ha invitato il Ticino a confrontarsi con gli altri Cantoni, perché, invero, non c’è alcun complotto federale. Si può contestare Parmelin e spiegare che, a sud delle Alpi, la situazione geoeconomica non è quella conosciuta a Zurigo o sull’Altopiano. Si può anche difendere il blocco dei ristorni sul piano politico e giuridico. Tutto è legittimo. Ma c’è una differenza enorme tra far sentire la propria voce e reagire come se il presidente della Confederazione avesse insultato l’intero Cantone dal balcone di Palazzo delle Orsoline. La lettera del Consiglio di Stato trasuda vittimismo e autodifesa, che non vanno a braccetto con l’autocritica. Il Governo assicura di essere consapevole delle proprie responsabilità, dichiara di non volersi sottrarre al confronto e propone un incontro «con spirito propositivo». Bene. Ma il tono complessivo tradisce un’altra esigenza: non tanto trovare una via d’uscita, quanto spiegare a Berna che Berna non ha capito. Non tanto offrire una soluzione, quanto ottenere un riconoscimento. Non tanto chiedersi che cosa il Ticino possa cambiare, quanto ribadire che il Ticino merita di più. Questa è la sindrome di Calimero applicata alla politica istituzionale: siamo piccoli, brutti e perseguitati. Solo che il Ticino dispone di rappresentanti a Berna, di canali istituzionali e di strumenti politici. D’altronde, i primi che, saggiamente, dissentono dai modi adottati dall’Esecutivo sono proprio i deputati ticinesi sotto la cupola di Palazzo federale. E quel sentimento è espresso praticamente all’unisono, con una voce che unisce destra, sinistra e pure il centro. Il punto non è chiedere al Ticino di abbassare la testa, né di rinunciare alle proprie rivendicazioni. È chiedergli di scegliere il tono e il metodo più efficaci. In politica, soprattutto quando si è minoranza, la ragione da sola non basta: va accompagnata da alleanze, pazienza e capacità di ascolto. Se ogni confronto viene vissuto come un processo e ogni critica come un’aggressione, si finisce per consumare anche la credibilità di chi ha argomenti validi. Berna non deve essere applaudita a prescindere, ma nemmeno trattata come il bersaglio fisso di una campagna elettorale permanente. Il federalismo non è un distributore automatico di compensazioni, attivabile ogni volta che il Ticino inserisce una moneta nella fessura del malcontento. La politica non è soltanto manifestare la legittima aspirazione e il diritto sacrosanto di avere ragione: è anche, o soprattutto, la capacità di non apparire autolesionisti mentre lo si esercita. Ecco perché non sarebbe davvero una brutta cosa se il Consiglio di Stato imparasse a guardarsi allo specchio. Non per recitare il mea culpa su tutto, ma per riconoscere che l’immagine del Cantone si costruisce con decisioni coerenti, conti credibili, priorità chiare e una comunicazione che non trasformi ogni divergenza in una questione d’onore offeso. Altrimenti Berna vede non un partner esigente, ma un interlocutore permaloso, stizzito e irascibile, pronto solo a bussare con il cappello in mano. Il Ticino ha buone ragioni per chiedere una revisione della perequazione finanziaria e argomenti seri sul lavoro, sui frontalieri e sull’economia di una realtà di confine. Proprio per questo non deve travestirli da lamento. La forza di un Cantone non si misura sul numero di lettere inviate a Berna, ma sulla qualità delle proposte.
Al prossimo incontro con Parmelin sarebbe auspicabile portare meno risentimento e più numeri. Meno indignazione e più riforme propositive. Meno «non ci avete capiti» e più «ecco che cosa proponiamo». Il Consiglio di Stato potrebbe persino ammettere che una critica, sia pure poco gradita, può contenere una domanda utile.


