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L'editoriale

Per proteggere i nostri dati, servono difese più solide

I ciberattacchi sono sempre più all'ordine del giorno, anche in Svizzera e anche ai nostri dati più sensibili - I consigli pratici elementari non bastano più
Paolo Galli
26.10.2026 06:00

Un aggettivo che utilizziamo sempre più spesso è «ibrido». Abbiamo iniziato con le automobili. Poi siamo passati alle guerre. Oggi lo utilizziamo per provare a collocare ogni fatto che non riusciamo, davvero, fino in fondo, a comprendere, o a catalogare. I ciberattacchi di cui abbiamo riferito nelle ultime settimane sono un perfetto esempio di questa tendenza. «Guerra ibrida», tuoniamo, puntando lo sguardo e il dito verso Est. Ma questo nostro disorientamento - così come la nostra mancanza di preparazione in materia - è figlio degli anni che stiamo vivendo, di questa sorta di risveglio collettivo dopo anni di falsa quiete. La pandemia in primis, e poi guerre che - più di altre, sia per vicinanza, per convenienza, per ipocrisia, per empatia, quello che volete - ci hanno coinvolto. Ma di colpo ci siamo accorti che il mondo, intanto, è passato di mano, dalle potenze geopolitiche alle aziende tecnologiche. Le quali hanno, nel frattempo, sviluppato o implementato nuove tecnologie, a cominciare dall’intelligenza artificiale, che oggi pensiamo di poter in qualche modo domare. Ma non è così semplice, e il ritardo da colmare è ampio.

Ieri, in un’intervista al Sonntagsblick, Adrian Lobsiger, incaricato federale della protezione dei dati, ha parlato di un aumento netto delle violazioni della sicurezza dei dati in Svizzera. Ha definito «reale» la minaccia rappresentata dall’IA, ma ha anche sottolineato come, nella stragrande maggioranza dei casi, la vulnerabilità dei sistemi sia ancora connessa al possibile errore umano, e non tanto alla tecnologia in sé. Ma certo, essendo «il settore IT dominato da aziende monopolistiche, le superfici d’attacco diventano globali». Lobsiger fa un parallelismo: «È come nel mondo animale: se esiste una sola specie e questa contrae un virus, tutti gli individui possono morire».

Insomma, sbagliamo, in quanto impreparati a essere attaccati, però siamo - a prescindere dai nostri errori - vulnerabili. Una cosa è la responsabilità individuale, un’altra la struttura del mercato. E siamo esposti proprio perché sempre meno sovrani delle stesse tecnologie che utilizziamo. Il problema è che a essere nel mirino degli hacker sono, in misura crescente, le istituzioni e gli enti a cui - volenti o nolenti - affidiamo i nostri dati più sensibili. Il recente attacco subito da PK Softech AG, società che fornisce software per alcune delle maggiori casse pensioni del Paese, tra cui l’Istituto di previdenza del Canton Ticino, è esemplare. Venerdì, lo stesso IPCT forniva alcuni consigli pratici ai propri utenti. Della serie: prestare attenzione a email e telefonate inusuali, non comunicare mai password e dati senza la certezza dell’identità di chi li chiede. Un po’ come il «non accettare caramelle dagli sconosciuti» che ci ripetevano all’ossessione le mamme. Come se bastasse dire no a una caramella a mettere in salvo un bambino. Come se bastasse non aprire un’email a evitare uno scivolone digitale.

Ancora più drammatica, nel corso della scorsa settimana, è stata l’emergenza informatica innescata dalla scoperta di due falle di sicurezza nel linguaggio di programmazione PHP, che - stando ai dati di W3Techs - alimenta circa il 70% dei siti web mondiali. Per prevenire attacchi da remoto, le autorità internazionali - e anche quelle locali - hanno disposto misure di emergenza e verifiche sui sistemi. Lo ha fatto anche l’amministrazione cantonale, disattivando temporaneamente alcuni servizi. Ancora una volta, parliamo di toppe. È invece il momento delle soluzioni. Perché la sensazione, a fronte di modelli di IA più autonomi, è che il peggio non sia ancora arrivato. A poco serve parlare delle conseguenze della guerra ibrida, se non corriamo ai ripari, rafforzando competenze e infrastrutture, le nostre basi. Vale per i singoli, ma tanto più per chi gestisce i nostri dati più sensibili.

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