Politici al volante tra colpe e alibi

Politici e motori, poche gioie e molti dolori. C’è poco da ridere o scherzare visto quanto sta accadendo in queste settimane. Ma in passato non avveniva tutto quanto oggi ci troviamo spiattellato sui social, alla luce del sole e alla mercé di speculazioni d’ogni sorta e frasi fatte che lasciano un po’ di stucco? In realtà l’alcol al volante, come pure il piede pesante (o la smanettata facile per i motociclisti) non sono una specialità dei politici dei giorni nostri. Altri in passato hanno cercato di far passare sottotraccia qualche malefatta, poi venuta alla luce. Le cronache degli anni ci raccontano di Ignazio Cassis, quando neppure immaginava che sarebbe diventato consigliere federale, beccato nel febbraio del 2009 da un’autocivetta a 171 km/h sulla tirata dell’A2 di Bellinzona, dove il limite era di 120 km/h. L’allora consigliere nazionale del PLR dichiarò: «Ero sovrappensiero e come ogni cittadino mi dispiace di aver violato le norme della circolazione. È la prima volta che mi capita di perdere la patente. Se sono rammaricato come cittadino, come politico sono molto, molto dispiaciuto per non aver rispettato la legge. Trarrò certamente un grande insegnamento da questa lezione». Le cronache narrano poi di uno «pneumatico scoppiato» nottetempo a Giovanni Jelmini, allora presidente del PPD, che dichiarò: «Sono molto rincresciuto per quanto accaduto. Agli agenti ho subito consegnato la licenza di condurre e stamane mi sono recato al lavoro in treno». Protagonista di una serie di «disavventure» al volante fu anche Filippo Lombardi, in carica a Berna come consigliere agli Stati, arrivando poi all’ormai tristemente celebre incidente in Leventina in cui venne coinvolto il consigliere di Stato della Lega Norman Gobbi e la successiva vicenda degli alcoltest non calibrati. Una vicenda finita senza condanne per gli agenti intervenuti quella maledetta notte, ma con tanto amaro in bocca. E altri ancora, fino all’uno-due di questa estate. Il copresidente del PS Fabrizio Sirica, pizzicato a 104 km/h dove il limite era di 50 km/h, ha poi definito il fatto una sua «cazzata», «un errore per il quale pagherò», decidendo poi di ritirare la propria disponibilità a correre per il Consiglio di Stato il prossimo anno. Un fatto che ha generato un «tremend imbarazz» tra gli alleati della grande casa a sinistra, in particolare al vertice dell’MPS, che si è sempre vantato di non fare sconti a nessuno. Sì, a nessuno, tranne a uno, non per simpatia, ma per convenienza. Oggi abbiamo la prova provata. Poi, ultimo cronologicamente parlando, ecco il deputato leghista in Gran Consiglio Andrea Censi, protagonista di un incidente in scooter in preda ai fumi dell’alcol. E costretto ad ammettere di essere recidivo. Con il coordinatore Daniele Piccaluga, perseguitato dai fatti e dai misfatti dei suoi leghisti, a intervenire dalle vacanze in famiglia con qualche inevitabile parola di circostanza, prendendo posizione per errori di cui non porta alcuna colpa, men che meno responsabilità. Un brutto colpo per la Lega, non perché Censi sia un peso massimo del partito, ma perché così è stata annullata d’un colpo la ghiotta opportunità di martellare la sinistra e Sirica, anche come vendetta del «caso Gobbi». Altro che «busecche in ebollizione», verrebbe da dire. Ma la frittata vera l’ha fatta il consigliere nazionale della Lega Lorenzo Quadri, lanciatosi sulle reti sociali in un’improbabile difesa d’ufficio di Censi per dire, dopo aver premesso che «è spiacevole, soprattutto per il diretto interessato», che «il paragone con il caso Sirica non regge». Santo subito il primo e all’inferno il secondo? Paragonare l’imparagonabile causa bruciore di stomaco, porta ad un’arrampicata sugli specchi e a una «frignata ridicola» per lamentare l’antileghismo dei «brutti e cattivi». Ma un po’ di decoro, suvvia, verrebbe da dire in questa canicolare estate. Non vediamo casi «migliori» o «peggiori», semmai a stabilirlo saranno le istanze giudiziarie, non la politica della convenienza selettiva. E lo farà anche sulla base della regola del «pirata della strada», da sempre indigesta ai leghisti. Ma solo fino a quando non ha colpito un socialista. In realtà, su politici e motori non c’è nulla di nuovo, come capita a tanti cittadini. Non è una giustificazione. È una realtà. Semmai c’è una frase che non riusciamo proprio più a sopportare: «Sono pronto ad assumermi tutte le mie responsabilità». Un po’ come dire «l’acqua è bagnata». Ma che senso ha? La responsabilità si assume senza sbandierarlo ai quattro venti. Ci si scusa, si tace e si attende, buoni buoni, che la giustizia faccia il suo corso. Poi cosa fare della propria carica o delle proprie ambizioni è materia personale, del partito e della legge, nella misura in cui il provvedimento non impedisca la carica elettiva o la candidatura. La moda dilagante di gridare alle «dimissioni» non ci appartiene, non compete a noi. Ognuno rifletta e poi agisca. Ma dica semmai con trasparenza democratica al cittadino elettore perché ritiene di potere, volere, o dovere, rimanere al proprio posto.


