Quando potere e opportunità fanno i conti

Un tempo la politica si occupava della Giustizia per le cadreghe, le nomine e il quadro legale in cui opera il terzo potere dello Stato. Oggi si registra un ribaltamento, con la Giustizia chiamata ad occuparsi indirettamente della politica per interposti politici. Questi ultimi, si badi bene, non sono extraterrestri, ma uomini (e in questo caso permetteteci di non dire «e donne») che commettono umani errori. Errare è umano, si dice, e nessuno lo nega. Il guaio è che in politica l’errore ha un costo che si misura immediatamente con una moneta immateriale, ma essenziale, che si svaluta pericolosamente rendendo una pesante crisi di fiducia. E la fiducia, a differenza di un conto corrente, non si ricostituisce con un bonifico.
Come un mantra ormai ripetiamo ad ogni passo che «vale la presunzione d’innocenza», quasi si trattasse di una formula matematica o il codice universale per accedere alla fase successiva del ragionamento. Un passo obbligato. Eppure, il passo obbligato ha anche un effetto collaterale. Lo si invoca così spesso che finisce per coprire tutto il resto, come una tovaglia stesa sul tavolo. Sotto restano domande che forse nessuna sentenza potrà chiudere: chi ha scelto, con quali criteri, ed eventualmente chi ne ha tratto vantaggio. E allora proseguiamo e chiediamoci cosa succede quando i casi di presunti reati penali a carico di persone pubblicamente e politicamente esposte si moltiplicano e ci si trova più a parlare di questi, delle persone, delle lore interazioni, delle loro parole tra difesa di sé stesse e attacco a chiunque metta in dubbio la loro integrità. Succede che il dibattito pubblico viene pesantemente compromesso dai casi personali, dal micro, rispetto al discorso che ogni politica seria dovrebbe avere: il macro.
Il macro è una parola che concerne tutti noi e quanto più ci sta a cuore: la scuola, la sanità, il lavoro, le finanze pubbliche, cioè la vita di chi non ha tempo, voglia e soldi per entrare nelle dinamiche giudiziarie prendendo un avvocato e nemmeno la forza di seguire il complicato iter legale di ogni procedimento. La politica non è particolare, ma è generale, nell’interesse della collettività. Non di una parte, sia essa quella presunta lesa o presunta danneggiatrice. Oltre ai casi giudiziari puri, quelli trattati da procuratori con la discesa in campo di difensori e accusatori d’ogni sorta, c’è anche il rango «para-giudiziario».
Il potere è un prestito, un onere, una responsabilità, non una proprietà, e chi lo esercita deve renderne conto anche quando nessun giudice gli chiede niente. È una differenza che i politici fingono di dimenticare, guarda caso quando la dimenticanza torna comoda. Quello che vede la politica nelle vesti di inquisitore, nella forma delle Commissioni parlamentare d’inchiesta (CPI), diventate ormai una moda. Il Gran Consiglio ha istituito la commissione sul caso Hospita-Lega: è la quarta commissione d’inchiesta nella storia del Ticino. Non ci stancheremo di manifestare il nostro profondo scetticismo per dei politici che assumono il ruolo degli inquisitori. Il sospetto non riguarda la competenza di chi siede in commissione, ma la naturale tentazione di trasformare un’inchiesta in un regolamento di conti politico tra partiti. Non è patente di incapacità o di poca serietà. Semmai è una questione di mestiere. Chi giudica da parlamentare non smette di essere il membro di un partito, e nessun regolamento cancella questa evidenza. Per questo servono regole ferree, metodi pubblici e periti scelti con la massima trasparenza.
La CPI sul caso Hospita-Lega, coordinata dall’ex procuratrice pubblica Natalia Ferrara, fino a quando tutto è stato nelle mani dei membri della CPI ha dimostrato di non essere un colabrodo. E il tutto dopo oltre otto mesi di lavoro ha prodotto 27 riunioni, 12 persone interrogate e centinaia di atti giudiziari, firmando il rapporto il 13 ottobre. Ora le date sono scritte: il rapporto sarà pubblicato l’11 novembre, con le eventuali osservazioni del Governo e delle persone sentite, e il Gran Consiglio lo discuterà dal 23 novembre. Il cittadino, che lavora, paga le tasse e vota quando può o vuole, guarda tutto questo con una stanchezza che non è disinteresse. È la sensazione di assistere a una partita di cui non conosce le regole, mentre gli arbitri parlano più dei giocatori. Una volta abbandonato il rigore dettato dalla legge, sarà tempo di «opportunità» o «inopportunità» politica. L’opportunità non ha un codice. Non si trova in un articolo di legge e non si misura con una perizia. È un giudizio e come ogni giudizio dipende da chi lo pronuncia. È lì che la politica dà il meglio, o il peggio, di sé: quando il diritto ha detto la sua e resta da decidere chi debba ancora rispondere di qualcosa. Il rischio però è anche un altro. Ogni vicenda diventa un tifo, la difesa dell’uno contro l’accusa dell’altro e la questione di fondo sparisce dietro lo schermo del telefonino. Ai tifosi basta un titolo. Alle istituzioni servono mesi di lavoro e il coraggio di non piacere a nessuno. E ne vedremo presto d’ogni genere.


