Quando vendetta si scrive con la «W»

Sono già lontani i tempi degli stupidari divertenti. Quelli dei sapidi aneddoti sulle ridicole storture del «wokismo» che tra un sorriso e un’alzata di spalle ci facevano sperare che una risata li avrebbe seppelliti. Niente più ironie allora su coloro che volevano bandire l’onorabilissimo gioco degli scacchi perché il bianco muove da regolamento sempre per primo o sulla formidabile genialata ignorante del deputato del Missouri e reverendo Emanuel Cleaver che cinque anni fa in Campidoglio, al termine della preghiera recitata in apertura del nuovo Congresso, all’ebraico «Amen» aveva deciso di far seguire un delirante «Awomen» (sic!) per, parole sue, «omaggiare la cospicua presenza femminile alla Camera dei rappresentanti americana». Sono lontane anche le polemiche divampate dopo la cerimonia di insediamento di Joe Biden alla Casa Bianca (più che un lustro sembra passato un secolo) quando in Spagna e in Olanda i traduttori europei della meravigliosa poetessa afroamericana Amanda Gorman, divenuta improvvisamente celebre al di qua dell’Oceano dopo l’allocuzione di Washington, furono bocciati benché di provata esperienza e alto valore letterario, semplicemente perché bianchi.
Purtroppo, col passare di questi pochi, pochissimi, anni le assurdità legate alle pseudo-dottrine wokiste sono diventate ancor più gravi, ingarbugliate e contraddittorie se non addirittura intellettualmente disoneste. Anche perché sulle fandonie di chi crede di rendere il mondo più aperto, più inclusivo e più giusto rivelando soltanto la falsa coscienza di chi vuole destabilizzare una società insicura, inconsapevole e senza memoria, mistificandone i meriti e le conquiste, nel nostro tempo si addensano le nubi oscure di una cattiva, per non dire pessima, politicizzazione ispirata alle campagne bonificatrici dell’inquietante attuale presidente degli Stati Uniti d’America. Perché, parliamoci chiaro, per quanto dogmatica l’ideologia woke (dall’inglese «stare all’erta») che per alcuni, anche da noi, è ormai una forma di apostolato civile era nata con propositi condivisibili e nobilissimi: prevedendo l’uso di un linguaggio più inclusivo, la tutela dei diritti delle minoranze, la decolonizzazione del passato e del sapere e la lotta radicale a qualsiasi forma di discriminazione. E tuttavia le sue modalità esecutive sono sempre più ingiuste e controverse come argomenta in un pamphlet che è un appassionato, sferzante e severo j’accuse contro il «wokismo» non un razzista e becero attivista MAGA del Nebraska ma la raffinata (e antropologicamente di sinistra) intellettuale e sociologa francese Nathalie Heinich.
Il libro dal titolo rivelatore L’ideologia vendicativa, da qualche mese disponibile anche in italiano per la piccola casa editrice GOG, dimostra come il wokismo crei in realtà «un totalitarismo d’atmosfera» interpretando la nostra modernità declinante dentro griglie di lettura esclusive. Non priva di assonanze con le logiche sottese al nazismo, al fascismo, allo stalinismo e al maoismo, questa filosofia pericolosa non assegna alcun rilievo alla cultura storica; applica a produzioni del passato categorie del presente; disprezza finanche i diritti morali dei classici; e abbandonandosi a un fanatismo basato sulla certezza di detenere il Verbo, vuole vittimizzare le minoranze non per modificare l’assetto sociale in cui viviamo (tanto che le stesse multinazionali fanno delle sofferenze di alcune categorie discriminate una strategia di marketing) ma per vendicare l’abuso ricevuto, reale o percepito che sia, «riservandosi nel contempo in ogni ambito i vantaggi garantiti dallo status di vittima».
Smascherare il wokismo non significa dunque accettare le discriminazioni ma «rifiutare che il legittimo sforzo per ridurre le ingiustizie si trasformi in un tentativo di invertire i rapporti di dominio». Un’autentica emergenza culturale e una vendetta nei confronti della democrazia, sempre che ce ne importi ancora qualcosa.


