Quei bar che cambiano Lugano e pure noi

Ci sono bar che chiudono per sempre. Altri che passano di mano, ma resistono. E poi ci sono quelli che nascono dal nulla, dentro strutture nuove, moderne, magari scintillanti, dove tutto è pensato per intercettare i gusti e le tendenze del momento. È il mondo che cambia. E Lugano, inevitabilmente, cambia con lui. La malinconia non nasce soltanto dalla serranda che si abbassa, nasce da ciò che quella serranda si porta via. Poi un bar non è semplicemente un bancone, una macchina del caffè, qualche tavolino e un’insegna. È un’abitudine, un punto d’incontro, uno spazio nel quale la quotidianità, per qualche minuto, assume una dimensione più umana.
Nei giorni scorsi abbiamo raccontato la chiusura del Bar Laura, dopo oltre trent’anni di attività. Per molti era il posto naturale dove fermarsi per un caffè, magari dopo aver posteggiato «al Balestra». Un locale non necessariamente bello, elegante o attrattivo nel senso più convenzionale del termine. Ma vissuto e dunque importante.
Il Bar Trattoria Apollo, lungo il trafficato Corso Elvezia, invece non chiuderà i battenti. Dopo diciotto anni, chi lo ha animato si ritirerà e passerà la chiave ad altri. Una conclusione senza amarezza, perché anche un’attività storica, come una vita, conosce il momento dei saluti. Quel bar continuerà il suo cammino, sotto un’altra guida, magari con l’aria condizionata al posto del grande ventilatore d’altri tempi appeso al soffitto.
La differenza è sostanziale. Il Laura scompare. L’Apollo resiste, anche se cambierà volto. Eppure, in entrambi i casi, qualcosa si muove dentro di noi. Perché in quei luoghi incontravamo persone conosciute e sconosciute. Le stesse facce dietro al bancone. Qualcuno con cui si scambiava una parola, qualcun altro soltanto uno sguardo o un sorriso fugace. Persone che, per un fortuito caso del destino, frequentavano lo stesso posto, nello stesso giorno e magari alla stessa ora.
Oggi siamo continuamente connessi e sempre meno autenticamente in contatto. La tecnologia ci regala l’illusione di avere il mondo a portata di mano, ma non sempre ci avvicina davvero a qualcuno. Il bar, nel suo piccolo, fa esattamente questo: ci mette accanto agli altri senza bisogno di notifiche, profili, reazioni o messaggi da inoltrare. Il problema è che riaprire un locale storico non è più così semplice, spesso può risultare più conveniente lanciare un esercizio pubblico nuovo e scintillante piuttosto che rilevarne uno con una lunga storia alle spalle. Ci sono i costi di ristrutturazione, il prezzo del subentro, il valore attribuito alla clientela e una domanda che nel frattempo è cambiata. Basta ricordare che vent’anni fa c’erano pub ovunque. Oggi si moltiplicano altre formule, altri prodotti, altre mode. Domani, naturalmente, sarà già diverso.
In parallelo, nei giorni scorsi, si è discusso della classifica di Numbeo che ha collocato Lugano al primo posto fra le città più care per mangiare fuori casa. È una graduatoria privata, non una statistica ufficiale. Va dunque letta con prudenza, senza trasformarla in una sentenza definitiva sulla nostra ristorazione. Ma non va nemmeno liquidata con fastidio, come se ogni critica fosse un’offesa. I cittadini e i turisti constatano una realtà. Se un caffè, un pranzo o una cena diventano troppo costosi, il problema, quantomeno soggettivamente, esiste, indipendentemente dalla graduatoria che lo fotografa. Allo stesso tempo, i ristoratori hanno ragione quando ricordano che dietro ogni prezzo ci sono salari, oneri sociali, materie prime, energia, fiscalità e soprattutto affitti commerciali spesso sproporzionati rispetto alle dimensioni della città e al volume d’affari potenziale. Non serve l’autodifesa a oltranza, ma neppure il gioco al massacro contro chi lavora nella ristorazione. Un locale pieno non è necessariamente un locale redditizio. Le sedie vuote costano quanto quelle occupate (anche per l’uso del suolo pubblico), mentre il personale va pagato, le bollette arrivano inesorabili e la merce non si acquista con le buone intenzioni. In molti casi, il margine effettivo è assai più sottile di quanto immagini chi guarda soltanto il conto finale. La questione, allora, è trovare una misura. Il cliente ha il diritto di scegliere dove fermarsi, in base alla qualità e al prezzo che è disposto a pagare. Il ristoratore deve trovare l’equilibrio fra affitto, costi e proposta. La città, dal canto suo, dovrebbe interrogarsi su quanto pesa la progressiva scomparsa dei suoi esercizi pubblici storici. Perché quando chiude un bar non perdiamo soltanto un’attività commerciale. Perdiamo una vetrina accesa, una presenza, un pezzo di memoria collettiva. E quando ne nasce uno nuovo, non dobbiamo guardarlo con diffidenza: anche quel luogo, se saprà essere vissuto, potrà un giorno diventare parte della storia. Lugano cambia. Il punto non è impedirlo. Il punto è evitare che, cambiando, diventi una città senz’anima.


