Quel nodo alla gola dell'economia mondiale

Anche chi non ama Trump - e non è un masochista occidentale - spera che non perda la sua guerra con l’Iran. Perché se finisse come in Iraq o in Afghanistan, il mondo non sarebbe più sicuro. Tutt’altro. E la civiltà occidentale sarebbe ancora meno amata (eufemismo) e rispettata nei suoi valori. Il regime liberticida e sanguinario di Teheran sembra resistere. Certo non era così fragile come credevano le migliori menti dell’intelligence, peraltro aiutate da sistemi di Intelligenza artificiale (AI) che hanno scambiato una scuola per un obiettivo militare. Ma quei morti non contano. Dimenticati insieme a tanti altri.
Il conflitto ha un costo esorbitante (almeno un miliardo al giorno), ma ancora di più preoccupa gli americani - e noi con loro - il velenoso rimbalzo sui prezzi (e forse sui tassi d’interesse) che può determinare l’esito delle elezioni di metà mandato nel novembre prossimo. Se i pasdaran non capitolano, bisognerà trovare un’onorevole via d’uscita. Ma qual è la strategia della Casa Bianca, ammesso che esista? Il presidente americano ci ha abituato a scelte estemporanee, persino bizzarre. Dipende tutto dal suo umore? La fantasia non manca, la razionalità a volte sembra del tutto assente. Va liberato lo stretto di Hormuz, dal quale passavano fino a due settimane fa, indisturbate, migliaia di navi cariche non solo di petrolio ma di tante altre materie prime. Oggi, paradossalmente, è diventato un nodo alla gola dell’economia mondiale, serrato dai «guardiani della rivoluzione». Un paradosso. Al punto che gli Stati Uniti hanno chiesto aiuto ad altri Paesi per liberare lo stretto e per garantire la libertà dei commerci. La Cina è seduta confucianamente sulla riva del fiume. O meglio dell’oceano. La Russia gode per l’aumento del prezzo del petrolio che finanzia la guerra in Ucraina, finita nel ripostiglio vergognoso della geopolitica. Mosca può tornare a vendere il greggio, con la caduta dell’embargo, un po’ a chiunque. Salvo che agli europei, beffati nella loro inconsistenza strategica e militare, ma almeno coerenti con le sanzioni comminate contro l’invasore russo.
Mai come in questo momento si apprezza il ruolo di un’informazione libera, soprattutto americana, che ha il coraggio del dubbio e la libertà della competenza. I contrasti interni nella stessa amministrazione, di cui danno conto i media non partigiani, dimostrano che gli anticorpi di una grande democrazia (e del buon senso) sono ancora vivi. Trump ha seguito Netanyahu nella sua voglia di farla finita con la minaccia, anche nucleare, iraniana, senza probabilmente chiedersi se gli interessi americani e occidentali siano esattamente coincidenti con quelli del governo israeliano. La sicurezza del Paese dalle minacce di Hamas, Houti ed Hezbollah, è ovviamente una priorità assoluta per il mondo libero, specie dopo il 7 ottobre 2023. Ma fino a che punto può essere perseguita con la sua inaccettabile coda di sangue innocente e di occupazioni illegittime di terre altrui? E fino a che punto la potenza regionale di Israele, accresciuta da un’eventuale e per ora remota sconfitta totale di Teheran, sarà accettata dal mondo arabo, non solo sciita, e soprattutto da quei Paesi che oggi sono sotto i bombardamenti iraniani? Sono tutti interrogativi scomodi che, con il passare dei giorni in questa guerra senza un esito prevedibile, torneranno prepotentemente d’attualità. Intanto, quel poco che rimane del diritto internazionale è finito nel cestino della Storia, già ingombro dei resti di molte organizzazioni multilaterali.


