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L'editoriale

Regole sì, divieti no: la rincorsa ai colossi del web è infinita

Il Consiglio federale vuole rendere più facile la segnalazione dei contenuti potenzialmente illegali su piattaforme come Facebook, Google e TikTok
Gianni Righinetti
16.10.2026 06:00

Berna mette il naso nel business dei colossi del web, e lo fa con la prudenza che ci si aspetta da un Paese che preferisce il regolamento al colpo di scena. Il Consiglio federale vuole rendere più facile la segnalazione dei contenuti potenzialmente illegali su piattaforme come Facebook, Google e TikTok, e vietare a queste aziende di mostrare ai minori pubblicità basata sulla profilazione, cioè sull’analisi del loro comportamento online e delle loro caratteristiche personali. L’obiettivo, la protezione dei giovani, è assolutamente condivisibile. Il resto, per ora, è ancora in divenire senza un punto fermo. Il consigliere federale Albert Rösti dovrà presentare un messaggio entro la fine di giugno 2027, e ha avuto la franchezza di dire che cosa la legge non fa: non stabilisce cosa si possa o non si possa dire sui social, non obbliga le piattaforme a combattere la disinformazione, e le autorità non potranno far rimuovere le informazioni sgradite. Restano poi le procedure. Le segnalazioni dovranno essere esaminate, le decisioni motivate e nessuno potrà più vedersi cancellare un post o un account di punto in bianco. È un passo di civiltà giuridica, non una censura travestita da tutela. Un giro di vite, dunque, ma senza estremizzare. È la formula giusta, ed è anche la più difficile da mantenere. Ogni volta che si parla di tecnologia l’obiettivo sembra allontanarsi invece di mettersi a fuoco. Lo abbiamo visto con la cosiddetta Google Tax, la legge che doveva costringere motori di ricerca e piattaforme a remunerare i media per l’uso dei loro prodotti giornalistici. È finita in un cassetto e il dossier si è complicato quando nel discorso è entrata l’intelligenza artificiale. La politica arriva con il passo del notaio, mentre il mercato del digitale corre con quello del centometrista. Viene quasi da pensare che la partita sia persa in partenza. Eppure, un filo di ottimismo va mantenuto. Plaudiamo al fatto che il Consiglio federale, per ora, abbia lasciato al palo la soluzione apparentemente più semplice: il divieto d’accesso ai giovani sotto una certa età, come già avviene in Australia. Il divieto è rassicurante, pulito, facile da annunciare in una conferenza stampa. Ma la politica del divieto radicale, in ogni ambito, aguzza l’ingegno di chi vuole trovare scorciatoie. Chi è giovane lo sa meglio di noi con i capelli ingrigiti: basta un profilo con una data di nascita inventata, un account intestato al fratello maggiore, un’App che non fa domande o non si fa scrupoli. Vietare nel digitale, con l’IA che moltiplica le possibilità di mese in mese, è un’ingenua illusione. Come, nel nostro piccolo, lo è il divieto dello smartphone a scuola: il telefonino sparisce dallo zaino e ricompare sotto il banco, senza che entrino in scena prestigiatori o illusionisti.

La consultazione, del resto, non ha caldeggiato quella misura. Il rapporto che arriverà l’anno prossimo, sulla base di due postulati accolti dal Consiglio degli Stati nel marzo 2025, dovrà illustrare le possibili misure per proteggere bambini e adolescenti dal consumo nocivo dei social. Il dibattito merita e richiede tempo, non reazioni a caldo.

Il punto di svolta, a nostro avviso, è il metodo. Protezione dell’infanzia Svizzera parla di «Safety by Design»: piattaforme, motori di ricerca e algoritmi devono essere progettati fin dall’inizio per ridurre i rischi, invece di essere riparati dopo, quando il danno è già fatto. La sicurezza non può essere un costo da scaricare sulla regolamentazione dopo aver puntato tutto sul business. Di prodotti lanciati prima e sistemati poi ne abbiamo visti abbastanza. Qui la responsabilità comincia dalla scrivania di chi disegna l’algoritmo, non dal funzionario che lo sanziona. Il divieto di pubblicità profilata ai minori merita un discorso a parte, perché tocca il cuore del modello economico. Oggi un algoritmo sa dove ti fermi a guardare, quanto resti su un video, quali parole cerchi la notte. Con questi dati costruisce un ritratto che nessun genitore riuscirebbe a immaginare, nemmeno con tutta l’attenzione del mondo. Impedire che a un quindicenne arrivi un’inserzione confezionata sulle sue fragilità non è un dettaglio tecnico: è una scelta di principio. È civiltà. Certo, qualcuno obietterà che senza profilazione la pubblicità diventa meno efficace e quindi meno redditizia. È vero. Ed è proprio per questo che la regola va difesa, il denaro non è tutto. Il progetto ha però un punto debole che non si può ignorare. Riguarda soltanto le piattaforme molto grandi, quelle usate ogni mese da almeno il 10% della popolazione residente, circa 900 mila persone. Oggi sarebbero una quindicina: Instagram, Facebook, LinkedIn, Pinterest, TikTok, Snapchat, Reddit, X, e i motori di ricerca, anche quelli basati sull’IA, come Google e ChatGPT. Restano fuori le piattaforme di medie dimensioni e le App più piccole. Il rischio, avverte la fondazione, è che gli autori di violenza sessualizzata digitale contro i bambini si spostino proprio lì, dove non c’è alcuna regola. È la stessa logica del divieto: chi è determinato trova la porta laterale. Una legge che disciplina soltanto i grandi rischia di diventare una recinzione con un varco ben visibile.

Rösti ha precisato che la legge svizzera sarà più liberale e meno severa di quella europea. Il Digital Services Act dell’Unione europea fa da riferimento, ma il progetto resta sotto gli standard UE. Essere liberali non significa essere distratti. Le sanzioni previste, fino al 6% del fatturato mondiale e, nel peggiore dei casi, il blocco del sito, sono strumenti seri. Servono però a poco se nessuno verifica con regolarità che le piattaforme facciano davvero quello che promettono. L’obbligo di nominare un rappresentante legale in Svizzera è un primo passo, ma serve un’autorità con i mezzi e le competenze tecniche per capire come funziona un algoritmo. Altrimenti è solo una buona intenzione con l’indirizzo giusto.

Il giro di vite è doveroso, ma con la consapevolezza che il digitale non si chiude con un lucchetto. Si governa con regole chiare sulla pubblicità rivolta ai minori, con l’obbligo di spiegare ogni decisione, con una progettazione sicura fin dal primo giorno e con una vigilanza che non si distrae. Il resto è pura rincorsa. E nella rincorsa, qualche speranza va pur tenuta. Il Ticino, con l’iniziativa sul telefonino a scuola, ricorda che la prima educazione digitale si fa in aula e in famiglia, non soltanto a Palazzo federale e nell’amministrazione pubblica. Non sarà una soluzione perfetta, ma è l’unica che non promette ciò che non può mantenere.