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L'editoriale

Regole stanche, politica in apnea

Il sistema elettorale proporzionale, elevato negli anni a totem intoccabile, continua a essere difeso con l’ardore che si riserva alle tradizioni quando si teme di non avere alternative – Ma la realtà, testarda come poche, presenta il conto a ogni tornata elettorale
Gianni Righinetti
20.04.2026 06:00

Scatta un momento, nelle democrazie che si definiscono mature, in cui continuare a discutere delle regole del gioco diventa una necessità fisiologica. Quel momento, in Ticino, non è alle porte: è già passato. Il sistema elettorale proporzionale, elevato negli anni a totem intoccabile, continua a essere difeso con l’ardore che si riserva alle tradizioni quando si teme di non avere alternative. Ma la realtà, testarda come poche, presenta il conto a ogni tornata elettorale: frammentazione crescente, maggioranze a geometria variabile, responsabilità talmente diluite da evaporare. Tutti dentro, nessuno davvero al comando. E soprattutto: nessuno davvero responsabile. La promessa originaria del proporzionale era nobile: rappresentare tutti. Missione compiuta, verrebbe da dire. Peccato che nel frattempo si sia perso il pezzo più importante: decidere e incidere. Oggi vediamo rappresentato tutto e il contrario di tutto, in un mosaico politico dove le tessere aumentano ma l’immagine complessiva si fa sempre più sfocata. Dodici forze in Parlamento non sono un segno di vitalità democratica, ma il sintomo di un sistema che fatica a sintetizzare. Non c’è alcun incentivo a gettare lo sguardo oltre il proprio ombelico. E allora si prova con i cerotti. La soglia di sbarramento, tentata a e ritentata come diga contro i «partitini». Una soluzione apparentemente semplice, in realtà goffa. Perché il problema non sono i piccoli, ma l’incapacità dei grandi di essere davvero tali. Tagliare le ali ai primi non restituirà peso ai secondi. Al massimo sposterà altrove il disagio. Il punto, semmai, è un altro. È il cerchiobottismo che regna sovrano, soprattutto tra le forze di Governo: un piede dentro e uno fuori, una posizione oggi e il suo contrario domani, a seconda della convenienza del momento. Così la politica diventa un esercizio di equilibrismo più che di responsabilità. E il cittadino, comprensibilmente, se ne allontana. Poi, per riavvicinarlo, si lanciano facili proposte acchiappavoti. Come le due iniziative sulle Casse malati.

Il sistema elettorale maggioritario, rilanciato da Avanti con Ticino&Lavoro, non è la panacea. Ma ha un pregio che oggi suona quasi rivoluzionario: costringe a scegliere. Prima, quando si costruiscono alleanze vere e non apparentamenti tattici. Dopo, quando si governa senza alibi. Chi vince governa. Chi perde controlla chi governa. Sembra elementare, ma alle nostre latitudini appare finanche sovversivo solo immaginarlo. C’è chi obietta che il Ticino è troppo complesso per semplificazioni del genere. Argomento suggestivo, ma poco solido. La complessità non si governa moltiplicando i centri decisionali, bensì chiarendo chi decide. Oggi, invece, l’elettore si trova davanti a un labirinto di liste e listarelle con giochi di piazza e di palazzo che rendono il risultato finale sempre più opaco. E quando il meccanismo non si capisce, la fiducia si incrina. Non è un caso che cresca senza tregua il ricorso alla scheda senza intestazione, il voto «a pezzi», quasi un modo per dire: non mi fido di nessuno, ma qualcosa devo pur scegliere. È il segnale più eloquente di un rapporto logorato tra cittadino e sistema politico. E pensare di ricucirlo con qualche ritocco cosmetico è illusorio. Certo, il maggioritario porta con sé rischi come minoranze penalizzate, concentrazione del potere, semplificazioni talvolta brutali. Ma esistono correttivi, modelli ibridi, pesi e contrappesi capaci di mitigare questi effetti. Quello che manca, semmai, è la volontà politica di affrontare la questione senza rifugiarsi nella prudenza, spesso sinonimo di immobilismo. E negli ultimi anni la prudenza è diventata un alibi, chi difendeva il maggioritario quando era una piccola forza, una volta cresciuto ha iniziato a fare altri calcoli. Gli stessi di chi, radicato, preferisce subire una costante erosione, piuttosto che affrontare la novità. Il timore di perdere posizioni o diritti acquisiti, di abbandonare la «comfort zone», è troppo forte. Nel frattempo, si perpetuano anche distorsioni meno vistose ma altrettanto corrosive: parlamentari di serie A e di serie B, accessi differenziati alle informazioni istituzionali, dinamiche poco trasparenti che alimentano la sensazione di un gioco riservato a pochi. Non è così che si rafforza una democrazia. Il nodo, in fondo, è tutto qui: vogliamo una politica che rappresenti tutti un po’, o una politica che sia in grado di fare qualcosa per tutti davvero? Continuare a rimandare la risposta equivale a scegliere, ma nel modo peggiore, lasciando che siano le inerzie a decidere per noi. Il tempo delle mezze misure è finito. Ben venga questa nuova iniziativa parlamentare, ma occorrerebbe un’iniziativa popolare per dare maggiore legittimità e forza. Perché alla fine, più che il sistema elettorale, è in gioco la qualità della nostra democrazia. E quella, a differenza delle regole, non può permettersi di restare in sospeso.