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L'editoriale

Retromarce svedesi e bruschi risvegli

Uno dei Paesi più tecnologicamente avanzati d’Europa, tra i pionieri della digitalizzazione scolastica, ora punta a ritornare ai vecchi cari libri cartacei e si prefigge di insegnare di nuovo a scrivere a mano agli studenti
Matteo Airaghi
Matteo Airaghi
16.05.2026 06:00

Controdine, compagni (digitali)! E tanti saluti alla generazione che abbiamo reso più ignorante di quelle precedenti, si potrebbe aggiungere con un pizzico di cinismo. È un po’ questo il succo della decisione svedese di riportare, per dirla banalizzando, «carta e penna» nelle scuole. Insomma, uno dei Paesi più tecnologicamente avanzati d’Europa e tra quelli (ahiloro) sciagurati pionieri della digitalizzazione scolastica, ora punta a ritornare ai vecchi cari libri cartacei e soprattutto si prefigge di insegnare di nuovo a scrivere a mano ai propri disgrafici studenti.

Una transizione che sarà graduale e progressiva: già dal 2025 le scuole dell’infanzia non sono più obbligate a utilizzare gli strumenti digitali, inoltre entro la fine del 2026 (come da noi) entrerà in vigore il divieto di utilizzo dei cellulari nelle scuole, anche a scopo didattico, e infine il nuovo programma di studi volto a promuovere l’apprendimento sui libri di testo, dovrebbe essere completato nel 2028. Contestualmente per le scuole sono già stati stanziati oltre due miliardi di corone svedesi da investire nell’acquisto di libri di testo e nuove linee guida per gli insegnanti. E perché mai questa brusca retromarcia che la vicina Danimarca si è già detta pronta a seguire e che tanti in Europa percepiscono come un esempio da seguire? Perché adesso è innegabile e sotto gli occhi di tutti, ma proprio di tutti, che la dittatura digitale ha prodotto conseguenze devastanti ormai su un’intera generazione.

E non parliamo soltanto della perdita della capacità di scrivere in corsivo, peraltro gravissima di per sé vista l’importanza di quella tecnica inventata secoli fa per «scrivere di corsa», cioè senza staccare la mano dal foglio, tecnica che, non sembri un’esagerazione, ha fatto la storia della nostra civiltà diventando persino un simbolo di emancipazione sociale e di accesso popolare alla conoscenza. Una regressione che da sola implica gravi ricadute complessive sui processi cognitivi ed evolutivi poiché come osservava, già agli inizi del processo di rimbambimento digitale e di invasione incontrollata dei «device», l’esperto terapista della psicomotricità dell’età evolutiva Claudio Ambrosini, «la scrittura corsiva intesa unicamente nella sua funzione esecutivo-motoria non è uno strumento del pensiero, è essa stessa, nella sua fase di apprendimento, pensiero». E infatti di che cosa si sono dovuti bruscamente rendere conto in Svezia? Che tutte le mirabolanti promesse dell’istruzione digitalizzata erano solenni panzane e che, come tutti i test possibili e immaginabili dimostrano ormai da anni, le nuove generazioni di studenti hanno rivelato un tragico e inaccettabile crollo verticale nelle competenze in lettura, matematica e scienze (non solo in materie «inutilmente» umanistiche quindi) e più in generale, come ha spiegato la commissione incaricata di cercare le ragioni del crollo, che «il digitale, a scuola e fuori dalla scuola, con la sua struttura multitasking disturba l’attenzione, ostacola l’elaborazione di informazioni complesse e la memoria». Se dunque libri e quaderni digitali in apparenza contribuiscono a un maggiore coinvolgimento immediato dei ragazzi, ne diminuiscono invece la profondità e la tenuta dell’apprendimento.

Senza un libro cartaceo da sfogliare e leggere, un quaderno su cui scrivere e anche scarabocchiare, senza bigliettini da spedire ai primi amori o trasformare in aeroplanini di carta da far sfrecciare nelle aule, i bambini e i ragazzi non imparano. O almeno non imparano di più e meglio, come era stato vagheggiato. Ed escono dalla scuola più ignoranti. Nonostante le troppe pie illusioni il dato di fatto è che in tutto il mondo nel momento in cui è partito il processo di integrazione del digitale nell’ambito dell’apprendimento, questo è andato progressivamente deteriorandosi, in tutti gli ordini di scuola e in tutti e cinque i continenti. Con il supporto digitale noi riusciamo a fare cose molto veloci e spesso gratificanti ma che producono pochissimo apprendimento. E dunque sono assai condivisibili le riflessioni dello psicoterapeuta dell’età evolutiva Alberto Pellai quando afferma «che il digitale faccia parte del mondo dei giovani potrebbe essere stato il risultato non di qualcosa di cui i giovani avevano bisogno, ma di qualcosa di cui aveva bisogno il mercato. Dove esiste una ricerca che dimostra che i giovani che sono stati per i primi anni di vita lontani dal mondo digitale non sono al passo coi tempi? È tempo di smantellare false credenze. Il sistema ha generato un incasso enorme per il mondo delle big tech e intanto i cervelli dei nostri figli sono diventati sempre meno performanti e sempre più poveri». E ancora non si parlava di intelligenza artificiale nella didattica e nella scuola. Chissà se in questo caso avremo la forza e il buonsenso di rispondere come gli svedesi: «Inte den här gången, tack». Stavolta no, grazie.