San Valentino tra commercio, sentimenti e smartphone

San Valentino arriva puntuale come ogni cambio di stagione e la dichiarazione delle imposte. Viene da dire che il 14 febbraio non tradisce mai. E con lui tornano fioristi in assetto da battaglia per una giornata di gloria, cioccolatini e dolci in genere a forma di cuore e più grandi sono, più il sentimento d’amore è ritenuto compiuto. C’è chi obbietta trattarsi solo di una festa commerciale. Certamente lo è, non solo, ma anche. L’indignazione facile, lo vediamo giorno dopo giorno, è diventata lo sport nazionale, finanche olimpico.
Peccato poi che, chi più forte s’inalbera, poi è tra i primi ad entrare in negozio «solo per dare un’occhiata», ma se ne esce con un sacchetto pieno. San Valentino è un po’ un enorme supermercato dei sentimenti. Poi si può anche fingere che l’amore debba vivere solo di spontaneità, aria pura e tramonti da sogno, ma spesso si tratta di una pia illusione. Il commercio non è un’entità malvagia calata dall’alto: il commercio siamo noi. Siamo noi che compriamo, vendiamo, lavoriamo, paghiamo l’affitto e - quando va bene - anche la cena fuori. Non viviamo di aria fresca, e nemmeno i sentimenti, a volte, disdegnano un aiuto materiale. Un fiore non è di per sè amore, ma può ricordarlo. Un cioccolatino non salva una relazione, ma può addolcire una serata. E già questo, di questi tempi, non è poco.
Poi c’è la cena. La classica, inevitabile, romanticamente abusata cenetta a due. Tavolo per due, luci soffuse, menù «speciale San Valentino» e quel momento cruciale in cui entrambi, quasi per riflesso condizionato, allungano la mano verso lo smartphone. Ecco, lì sta la vera prova d’amore. Non tanto il conto finale, ma la capacità - una tantum, almeno una volta all’anno - di lasciare il telefono in tasca. Guardarsi. Occhi negli occhi. Non per una foto da postare, ma per esserci davvero. Sapere guardarsi negli occhi, ascoltare l’altro con attenzione e senza distrarsi per captare la vocalità, il movimento dei muscoli facciali e più in genere il linguaggio corporeo. Non andrebbe fatto solo la sera di San Valentino e non solo con l’amata (o l’amato). Non è solo una questione d’amore. È, più banalmente, comportamento civile. Apparire meno e vivere di più. Essere presenti, non solo connessi. In un mondo in cui dominano le guerre, le urgenze gridate, le notifiche continue, concedersi una pausa di normalità è quasi un atto rivoluzionario. Non serve essere moralisti, basta essere autenticamente esseri umani.
San Valentino non salverà il pianeta, né risolverà i conflitti globali. Ma può essere un’occasione. Un piccolo spazio di calore in mezzo al rumore. Un promemoria che, mentre il mondo si agita, due persone possono ancora sedersi a un tavolo, parlarsi, sorridersi. Anche solo per una cena da trasformare in un momento indelebile.
Evviva allora San Valentino, con tutte le sue contraddizioni. Evviva l’amore, quello vero e quello un po’ goffo. Evviva il calore umano, quello autentico, anche quando passa da un gesto piccolo, imperfetto, magari pure commerciale. A volte basta davvero poco. Un fiore, una cena, una parola detta senza fretta. O anche solo un piccolo sguardo. L’importante è non aspettare un altro anno per ripetere l’esperimento. Perché l’amore non ama le ricorrenze fisse, quelle obbligate: preferisce la continuità. E, possibilmente, un tavolo senza smartphone. Perché si fa presto a dire che gli apparecchi elettronici, in primis il telefonino, deve stare lontani dalle aule scolastiche, che i nostri figli lo devono imparare e rispettare le regole. Ma in primis tocca a noi genitori, a noi adulti dimostrare che nella vita di società e quella affettiva ci sono momenti in cui staccare la spina, silenziare la chat, spegnere lo smartphone e accendere i sentimenti e fare battere il cuore.


