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L'editoriale

Se il tempo dei classici scandisce il presente

Esistono, alla faccia dell’ubriacatura tecnologica che ci ottenebra, tantissimi saperi ritenuti «inutili» che invece si rivelano di una straordinaria utilità
Matteo Airaghi
Matteo Airaghi
28.02.2026 06:00

Meglio non farci caso. Più facile credere alla malcelata panzana dell’innocua e normalissima «sostituzione di competenze», (ma con quali nuove competenze poi?) in ossequio della quale se una conoscenza non serve più, semplicemente si atrofizza per mancanza di esercizio o addirittura non viene più trasmessa di generazione in generazione. Pensiamo alla notizia allarmante, rimbalzata nell’assoluta indifferenza generale, che rivela come un numero spropositato di bambini e adolescenti (negli Stati Uniti pare siano oltre il 50%) non sanno più leggere l’ora sugli orologi «analogici». Una tendenza evidente anche nella nostra realtà dove una volta vietato lo smartphone a scuola molti insegnanti fanno una scoperta inattesa: i ragazzi hanno perso la dimensione del tempo, quadranti, trattini e lancette sono diventati un enigma e gli orologi «tradizionali» muti orpelli archeologici di una incomprensibile e arcana mediazione temporale. Una recente indagine condotta nel nostro Paese conferma poi attraverso la voce dei docenti che tale difficoltà non affligge solo i più piccoli ma anche gli adolescenti e i giovani adulti. Tra le testimonianze raccolte infatti, in più di un’occasione i ragazzi compresi in una fascia di età tra i 17 e i 20 anni, si sono ritrovati a dover ammettere di aver perso l’abitudine di leggere le lancette, avendo sempre a disposizione un comodo quadrante digitale. Guai naturalmente a insinuare che questo comporti un evidente declassamento cognitivo, la perdita repentina e insensata di una competenza che, certo, rispetto agli inequivocabili «numeroni» degli smartphone, richiede un piccolo sforzo di apprendimento (lancetta grande, lancetta piccola… tutte cose che si imparavano all’asilo) e di esercizio quotidiano, ma che dovrebbe pur sempre rimanere un bagaglio di elementare conoscenza, personale e culturale, essenziale al nostro convivere civile. La lettura dell’orologio è molto importante per i bambini e le bambine che iniziano anche a fare proprio il concetto di tempo e quindi la differenza tra ore, minuti e secondi. Ma in fondo se non serve più (ma chi lo decide che non serve più?) perché accanirsi con rancore passatista e vendicativo sulle fragili e insicure menti delle nuove generazioni che, tutte proiettate verso un rutilante e semplicissimo futuro artificiale, di queste basi fondamentali, che ci hanno reso ciò che siamo, potranno presto digitalmente infischiarsene?

Perché allora saper scrivere ancora a mano e in corsivo, perché imparare quattro versi di una qualsiasi poesia a memoria, perché saper interpretare i numeri romani, ricordare una data chiave del nostro passato collettivo, perché saper fare un’equivalenza o una divisione rafforzando le basi di un elementare pensiero matematico o sviluppare una corretta percezione spaziale, ambientale e visiva stimando correttamente una distanza, una temperatura esterna o, incredibile dictu, collocando Tokyo e Frauenfeld su una cartina “muta” (esisteranno ancora?) o l’Orsa Maggiore e la Stella Polare nella volta celeste? Perché esistono, alla faccia dell’ubriacatura tecnologica che ci ottenebra, tantissimi saperi ritenuti «inutili» che invece si rivelano di una straordinaria utilità.

Le liberaldemocrazie, ne abbiamo già scritto in altre occasioni, si ritrovano oggi nella pericolosa condizione di credere che nella società del profitto e dell’innovazione tecnologica lo studio delle scienze umane sia più una disciplina per eruditi e appassionati, che una risorsa per governare i cambiamenti continui e per difendere la propria natura. Così come dovremmo aver capito che eliminando dai nostri orizzonti civili comuni la memoria del passato, le lingue classiche, la musica, la letteratura, la geografia, la libera e pura ricerca scientifica, insomma tutte quelle discipline apparentemente inutili, quei lussi ritenuti superflui o facilmente surrogabili da macchine certo strabilianti ma al contempo onniscienti e stupide, difficilmente l’homo sapiens riuscirà a rendere più umana l’umanità. Non soltanto perché non capiremo più da dove veniamo ma perché in realtà i classici permeano il nostro presente molto più in profondità di quanto ad alcuni convenga per interesse farci credere. Ce lo spiega un magnifico volume collettaneo a cura del filologo Tommaso Braccini appena uscito per i tipi di Carocci editore, Classico attuale. L’antico nella cultura contemporanea, dove in ventuno capitoli scritti da specialisti diversi che hanno parlato di ciò che li appassiona ribaltando il punto di vista utilitaristico oggi dominante, scopriamo che gli antichi saltano fuori da dove meno ce lo potremmo aspettare.

Non solo diritto, terminologia scientifica, trattati filosofici, riflessioni storiche e politiche, insomma. No, emergono anche dai nomi delle squadre di calcio, dalle pieghe di un abito in una sfilata di moda, dal frenetico tamburellare dei post sui social, dalle schermate dei videogiochi. Ci strizzano l’occhio dalle note della musica rock. Fumetti, serie tv e cartoni animati ne sono pieni. Li troviamo anche nelle forme di creatività ed espressione più tradizionali, come la narrativa, la poesia, il teatro, la musica classica e l’opera, la danza, il cinema, e per giunta in posizioni di avanguardia. Una creatività effervescente e sorprendentemente pop in cui le lancette dell’orologio continuano ancora, piaccia o meno, a spostarsi di trattino in trattino verso il futuro.