Servizio Civile, la rotta va corretta

Di fronte a certi numeri è giusto reagire e rimettersi in carreggiata. Il servizio civile è stato introdotto il 1. ottobre del 1996. Per i successivi dodici anni le ammissioni sono state circa 1.450. Le richieste venivano valutate da una commissione che verificava la credibilità del conflitto di coscienza, invocato dai giovani in età di leva per svolgere un servizio sostitutivo non militare. Dal 2009, con l’abolizione dell’esame di coscienza e il passaggio alla cosiddetta «prova dell’atto» - l’esistenza del conflitto interiore è dimostrata dalla disponibilità ad accettare un servizio di durata 1,5 volte superiore - il numero dei civilisti è esploso, oscillando fra 5 e 7 mila all’anno. È inevitabile che, in presenza di una simile evoluzione, il nodo venisse al pettine in sede politica, a maggior ragione considerando che una parte non indifferente delle ammissioni riguarda persone che hanno già effettuato (o stanno effettuando) la scuola reclute.
La Costituzione non prevede la libera scelta tra servizio militare (obbligatorio) e servizio civile. Il secondo dovrebbe essere un’eccezione riservata a chi ha un conflitto di coscienza, ma di fatto non lo è più perché ha perso la sua funzione originaria. L’anno scorso, su 7.211 ammissioni (un primato), le persone che hanno dismesso i panni grigioverdi erano più di 3.200; una cifra, quest’ultima, che dà da pensare (è un eufemismo) sulla vera esistenza di un conflitto interiore e rivela piuttosto una ritrosia diffusa a sostenere gli obblighi militari. Insomma, il servizio civile è diventato un’alternativa libera al servizio militare, ben lontana dagli intenti iniziali, che nel 1992 avevano spinto l’82,5% dei votanti ad accettarne l’introduzione. I civilisti sono ormai quasi 60 mila, circa il 40% dell’effettivo reale dell’esercito che oggi conta poco più di 140 mila militi, ma che è destinato ad assottigliarsi nei prossimi anni. Senza un numero adeguato di militi, le forze armate si indeboliscono.
Più che «un attacco frontale al servizio civile», come la definiscono i promotori del referendum, la riforma in votazione il 14 giugno è piuttosto un tentativo di correggere la rotta con misure mirate. Lo scopo è frenare i passaggi dall’esercito al servizio sostitutivo, tramite nuove esigenze per la prova dell’atto. L’accesso al servizio civile non viene scalfito ma solo inasprito per coloro che vi arrivano tardivamente, in larga misura militi già formati che vengono a mancare alle loro unità e per la cui istruzione l’esercito ha speso (invano) una settantina di milioni di franchi. In concreto, per i circa 4 mila giovani che scelgono subito il servizio civile dovrebbe cambiare poco o nulla. Per una parte degli altri, invece, l’impatto di questo deterrente si farà sentire.
Nessuno mette in dubbio l’importanza dei servizi prestati dai civilisti in ambito sociale, scolastico e della tutela ambientale. Né si può contestare l’impegno profuso: nel 2024, il 98,3% dei licenziati ha completato tutti i giorni di servizio. Ma la funzione del servizio civile non è di formare dipendenti temporanei per chi è a corto di manodopera. Il fatto che la sua diffusione abbia assunto proporzioni importanti non deve diventare una giustificazione per non correggere un difetto di impostazione, problematico per l’esercito. Se si sono create forme di dipendenza nei settori civili d’impiego vuol dire che qualcosa è sfuggito di mano. Dopotutto, se la riforma andrà a segno, questi enti potranno sempre contare su un numero di persone più che doppio rispetto al 2008. Temerne un forte calo per via di queste misure conferma indirettamente che ci sono civilisti tardivi mossi da motivi di convenienza e non di coscienza. Sul piano dell’attrattiva non c’è partita. Chi svolge il servizio civile ha molta più facilità nel coordinare i propri obblighi con il lavoro e gli studi, può tornare a casa ogni sera e non sarà mai confrontato con l’impegno supplementare di un avanzamento. In termini di giorni, la durata complessiva del servizio civile è sì una volta e mezza quella del servizio militare. Tuttavia, secondo certe stime, se calcolato in ore quest’ultimo comporta addirittura un impegno superiore.
Nonostante tutti gli sforzi compiuti in questi anni per rendersi più attrattivo, il grigioverde impone per sua natura fatiche e rinunce, nonché alcune attività che a un giovane possono non piacere o apparire senza senso. Ma il servizio militare non è un campeggio estivo. La volontà di difendersi con un esercito serio e credibile, più volte confermata dalla maggioranza della popolazione, ha un prezzo. Ora, per quanto possibile, si tratta solo di ristabilire un equilibrio affinché il servizio civile ritorni al suo scopo originario e l’esercito abbia le risorse umane adeguate per conservare nel tempo la sua capacità operativa e garantire la sicurezza del Paese.


