Solo tanta gratitudine per un ciclo straordinario

Ci sono momenti nei quali le parole, soprattutto per chi ha trascorso una intera vita professionale a sceglierle e a soppesarle, diventano paradossalmente più difficili da trovare. Questo è uno di quei momenti. È il mio ultimo editoriale da direttore del Corriere del Ticino. Dopo trent’anni di giornalismo al Corriere, di cui gli ultimi sei alla sua guida, si chiude per me un ciclo straordinario. Lo scrivo senza nostalgia e senza retorica, e con gratitudine.
Sono arrivato al Corriere da ragazzo, nel 1996. Ho iniziato alla cronaca di Lugano, ho proseguito nella redazione sportiva, viaggiato come inviato e corrispondente, vissuto la trasformazione digitale, assunto anno dopo anno responsabilità diverse fino a quella più grande: dirigere il giornale che mi aveva insegnato il mestiere. In questi sei anni il mondo non ci ha risparmiato nulla. Una pandemia, diverse guerre e una quantità di eventi drammatici hanno segnato profondamente anche il nostro territorio. Allo stesso tempo il giornalismo ha attraversato – e attraversa ancora – la più radicale trasformazione della propria storia.
Sono cambiati gli strumenti, i tempi, le abitudini dei lettori. La carta ha smesso di essere l’unico luogo di organizzazione e realizzazione del giornale, le redazioni
lavorano praticamente ventiquattr’ore su ventiquattro, i social hanno modificato il modo con cui le notizie circolano e si diffondono. E oggi l’intelligenza artificiale sta aprendo scenari che soltanto pochi anni fa avremmo considerato fantascienza.
Eppure continuo a pensare che, al di sotto e al di sopra di tutto questo, il cuore del nostro mestiere sia rimasto sorprendentemente semplice: cercare di capire che cosa accade e raccontarlo nel modo più corretto, libero e onesto possibile. In un presente continuo nel quale tutti possono produrre e divulgare contenuti, il compito di un giornale non può più essere soltanto quello di arrivare per primo. Deve selezionare, verificare, approfondire. Distinguere ciò che conta dal rumore che lo circonda. Soprattutto deve produrre qualcosa che oggi è diventato un bene prezioso: la fiducia. È questa l’idea di giornale che ho cercato di difendere in questi anni. Un Corriere aperto, libero e indipendente. Non necessariamente neutrale, perché un giornale deve avere anche il coraggio di esprimere le proprie opinioni nei luoghi deputati a farlo. Ma sempre restando rigoroso nel separare i fatti dalle opinioni e rispettoso dell’intelligenza dei propri lettori. Non sta a me giudicare quanto ci sia riuscito. Posso dire di averci provato ogni giorno.
E non ho certo fatto tutto da solo. Se c’è una cosa della quale posso andare fiero è la squadra che lascio e che da domani sarà guidata da Gianni Righinetti, per me collega di lungo corso e vice direttore prezioso e fedele. Una redazione dove sono cresciuti giovani giornalisti, alcuni di loro assumendo responsabilità importanti, e nella quale ho visto, anche nei momenti più difficili, passione e senso di appartenenza. Un giornale, infatti, non è mai il suo direttore. È il risultato del lavoro, spesso invisibile ai lettori, di moltissime persone, e non solo giornalisti. A tutte loro va il mio profondo ringraziamento.
E naturalmente un grazie va anche a voi lettori. A chi ci legge ogni mattina sulla carta, a chi ci segue sul digitale, a chi ci scrive per complimentarsi e a chi lo fa per criticarci. Anche duramente. Un giornale senza i propri lettori è un contenitore vuoto. Il rapporto che il Corriere ha costruito con il Ticino attraversa generazioni e rappresenta un patrimonio che va ben oltre chi, temporaneamente, ha la responsabilità di dirigerlo.
Ed è qui che arrivo a qualcosa che mi sta davvero a cuore. Lo stile Corriere. Centotrentacinque anni di storia non sono soltanto una data da celebrare. Sono una responsabilità. Significano avere costruito nel tempo un modo di stare dentro questa comunità: con autorevolezza e misura, con indipendenza, con rispetto delle persone e delle istituzioni, ma anche con la capacità di essere critici quando è necessario. Sempre con eleganza, ça va sans dire. Lo stile può sembrare forma. Ma la forma, dal mio punto di vista, è sostanza. Questo stile Corriere esisteva prima che arrivassi io e mi auguro che continui a vivere dopo la mia uscita. Perché i direttori passano, le persone cambiano, gli strumenti evolvono. Ma un giornale, se vuole attraversare le generazioni, deve sapere svilupparsi senza smarrire la propria identità.
Ora per me, oltre che per il Corriere, inizia un tempo nuovo. Non un pensionamento, ci mancherebbe, e forse nemmeno un addio completo al giornalismo. Ci saranno l’arte, la scrittura, nuovi progetti e nuove collaborazioni. E ci sarà soprattutto una cosa alla quale tengo molto: la libertà di scegliere.
Ma in questo ultimo editoriale da direttore, più del futuro, mi interessa fermarmi un istante sul presente. Quando arrivai al Corriere ero un ragazzo. Ricordo la voglia con cui entravo in redazione: spesso facevo gli scalini a due a due perché non vedevo l’ora di cominciare a lavorare. Sono passati trent’anni. Se devo scegliere una cosa da portare con me, scelgo quella smania. La curiosità di sapere che cosa sarebbe successo quel giorno, il desiderio di capire, la voglia di raccontare. Anche da direttore, quegli scalini li ho sempre percorsi due a due, con lo stesso inossidabile entusiasmo. È il motivo per cui trent’anni non si cancellano in un giorno. E non si cancelleranno mai.



