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L'editoriale

Successione di Guy Parmelin, una partita in due tempi senza chiari favoriti

Ben otto pretendenti, sette e mezzo in realtà perché si attende la conferma del capogruppo Thomas Aeschi, lanciato dalla sua sezione, di cui una sola donna
Giovanni Galli
24.10.2026 06:00

La corsa per la successione di Guy Parmelin si è improvvisamente animata nelle ultime ore. Adesso la griglia di partenza è completa e risulta più affollata di quanto ci si potesse aspettare: ben otto pretendenti - sette e mezzo in realtà perché si attende la conferma del capogruppo Thomas Aeschi, lanciato dalla sua sezione -, di cui una sola donna. L’ultima volta, per sostituire Ueli Maurer si erano fatti avanti in quattro. C’è chi parte dalla prima fila e chi dietro, ma manca un vero favorito indiscusso, il classico predestinato con tutti i numeri per essere eletto al primo turno. Spicca l’assenza di un candidato zurighese. Dopo l’affondo della Weltwoche contro Céline Amaudruz, era lecito attendersi un’alternativa di peso da parte del polo economico del Paese. Si sono fatti da parte, invece, sia la consigliera di Stato Natalie Rickli (data inizialmente fra i favoriti) sia in «zona Cesarini» il vicepresidente del partito Thomas Matter. Un’occasione persa a dispetto delle ambizioni dell’ala dura del partito, e anche una mancanza di preparazione, visto che le dimissioni di Parmelin (dopo undici anni in Governo, di cui l’ultimo in veste di presidente della Confederazione) non sono state un fulmine a ciel sereno. La partita si presenta quindi molto aperta. Ci sono due francofoni, un ticinese, tre svizzero-tedeschi e due alto vallesani. In termini di cariche e di esperienza politica, si giocano un posto sul ticket quattro consiglieri nazionali, un «senatore» e tre consiglieri di Stato. Inoltre, ben tre candidati provengono da cantoni che hanno già un consigliere federale: Ticino, Zugo e Berna. Nulla vieta la doppia rappresentanza - nel 2010, lo stesso giorno vennero eletti i bernesi Simonetta Sommaruga e Johann Schneider-Ammann - ma questo fattore, in determinate costellazioni, potrebbe anche costituire un limite. Dagli intrecci fra origini, lingua, competenze, punti forti e punti deboli dei singoli non emerge ancora un profilo chiaramente vincente, anche perché in realtà le partite saranno due: quella che si giocherà il 20 novembre nel gruppo parlamentare per la scelta del ticket e quella del 9 dicembre all’Assemblea federale, per l’assegnazione del secondo seggio UDC in Governo. I criteri che valgono per la prima sono diversi da quelli della seconda. Chi ha più chance di finire sul ticket potrebbe incontrare più ostacoli il giorno dell’elezione. Viceversa, chi avrebbe in teoria più chance di risultare gradito al Parlamento non necessariamente incontrerà i favori del gruppo. A fare stato in aula non saranno i criteri e le preferenze del partito che designa i candidati ufficiali ma gli interessi delle altre forze politiche.

Il gruppo democentrista, che conta 74 membri, dovrà in primo luogo delimitare il terreno di gioco, decidendo quanti candidati ufficiali presentare. Due, come nel 2022 per la successione di Maurer, o tre come nell’elezione del 2015, culminata con la vittoria di Parmelin? La presenza di pretendenti di tre regioni diverse potrebbe far pensare a questa seconda soluzione («tricket»). Ma al momento non sembra l’opzione più accreditata. Il ticket classico faciliterebbe la scrematura e l’esclusione di candidature «sgradite». In primo luogo, comunque, bisognerà vedere che cosa intende fare Thomas Aeschi. Se alla fine dicesse di sì, il gruppo non potrebbe non votarlo. Sarebbe una sconfessione clamorosa della persona che lo ha condotto per più di dieci anni. Ma le chance di Aeschi di essere eletto in Consiglio federale, come si è già visto nel 2015, sono limitate. Per avere successo dovrebbe essere affiancato da un altro esponente dell’ala dura del partito con un pedigree politico inferiore al suo. Sul tappeto c’è anche la questione della rappresentanza romanda. La candidatura di Pierre Alain Schnegg, bernese ma proveniente dalla regione francofona del cantone, potrebbe costituire un «game changer». È noto che Céline Amaudruz non riscuote molti consensi fra gli svizzero-tedeschi. La consigliera nazionale aveva detto (ovviamente pensando a sé ) che sarebbe stata «un’umiliazione» non mettere sul ticket persone provenienti dalla Romandia. Questo ha fatto storcere il naso all’est della Sarine. La non casuale presenza di Schnegg permetterebbe pertanto di indebolire, se non addirittura escludere del tutto , la candidatura della vicepresidente, insidiata anche dal sorprendente binomio altovallesano. D’altra parte, il partito deve maneggiare con cura la questione romanda a un anno dalle elezioni federali, se vuole consolidare il suo primato e mostrarsi attento alla coesione nazionale. Ma se proprio Amaudruz dovesse restare tagliata fuori, chi verrebbe percepito più romando fra Schnegg e Chiesa, che come presidente del partito nazionale si era fatto conoscere in Romandia? In questa costellazione, anche senza un «tricket» il «senatore» ha buone chance di ritagliarsi i suoi spazi.

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