Sulla difesa divergenze che pesano

Il mese prossimo il Consiglio federale formalizzerà la proposta di aumentare temporaneamente l’IVA di 0,5 punti per la sicurezza. L’intenzione è di destinare le entrate supplementari integralmente alle spese per l’armamento, in particolare per la difesa dalle minacce più probabili (contro attività ibride e attacchi a distanza) e fare fronte all’impennata dei prezzi, dovuta alla forte domanda sul mercato internazionale. Questo piano fa il paio con le nuove linee guida per la difesa, presentate in giugno dal capo del DDPS Martin Pfister. Entro il 2039, l’80% degli investimenti sarà destinato al rafforzamento della difesa aerea - fra le altre cose è prevista nel 2028 la creazione di un battaglione droni - nonché alla protezione delle reti, dei dati e dei sistemi critici. Agli altri settori dell’esercito verrà destinato il rimanente 20%.
Nonostante il Governo abbia ridotto le sue richieste di aggravio fiscale, le possibilità di riuscita sono dubbie. Il progetto è a dir poco traballante, visto il limitato sostegno politico emerso nella consultazione. Il nodo del finanziamento dell’esercito è ormai sul tappeto senza soluzioni dal 2022, complice anche il fatto che lo stesso Consiglio federale (e a ruota il Parlamento) non è riuscito a farsi interprete di un progetto di riorientamento della difesa solido, risultato di un’ampia convergenza interna. Questo limite è anche dovuto alle persistenti divergenze dietro le quinte sulla portata della minaccia e sul modo di contrastarla.
L’altro giorno, il Blick ha rivelato le obiezioni sollevate internamente dal Dipartimento di giustizia e polizia durante la preparazione delle nuove linee guida. Beat Jans avrebbe voluto andare oltre, eliminando del tutto i carri armati, ormai ritenuti obsoleti e superflui, per sostituirli con droni e mezzi robotici. È stato anche definito molto irrealistico il concetto di attacco su vasta scala in cui la Svizzera, negli scenari peggiori, potrebbe un domani ritrovarsi coinvolta. Lo stesso dipartimento si era già opposto con successo (insieme ad altri) alla richiesta fatta da Pfister di acquistare ulteriori aerei da combattimento, in aggiunta agli F-35.
Altre divisioni erano emerse in precedenza anche nel quadro delle discussioni sulla politica di sicurezza. La NZZ, in maggio, aveva riferito i pareri dei singoli dipartimenti. Ebbene, anche da quei documenti emergeva l’immagine di un organo spaccato su questioni chiave, con profonde divergenze di vedute, fra chi ad esempio contestava la possibilità stessa per la Confederazione di difendersi da sola e chi il concetto di capacità offensive dell’esercito. Ben inteso, queste differenti posizioni sono fisiologiche in un consesso in cui siedono esponenti di quattro partiti. Ma danno da pensare.
La politica di sicurezza richiede una vera leadership, che può essere esercitata solo da un organo il più possibile coeso e convinto delle proprie scelte. Il compito di imprimere un cambiamento nel settore della difesa è già improbo di suo. In queste condizioni, strappare un sì alle urne sul tema del finanziamento rischia di essere ancora più arduo.


