The Donald intende imporre le sue visioni

Nei mesi scorsi, con il calo delle ostilità tra esercito israeliano e terroristi palestinesi, alla Casa Bianca iniziava a farsi strada l’idea della costituzione di un organo amministrativo internazionale in grado di favorire la pace e la ricostruzione della martoriata Striscia di Gaza. Era questo l’obiettivo primario del cosiddetto «Board of Peace» presentato con enfasi all’opinione pubblica dall’attuale presidente statunitense. Tuttavia, come abbiamo ormai appreso da un anno a questa parte, non vi è nulla, o quasi, di quanto affermato da «The Donald» che non possa poi essere contraddetto o riformulato dallo stesso commander-in-chief.
L’ennesima riprova l’abbiamo avuta in questi giorni a Davos, dove il tycoon oltre a esporre la sua visione di un mondo «Trump-centrico» ha presentato la sua nuova creatura: il Board of Peace (Consiglio di Pace), uno strumento di diplomazia che, secondo le parole dell’inquilino della Casa Bianca, potrebbe fare cose eccezionali per il mondo insieme all’ONU, come ad esempio assicurare un futuro più radioso al Medio Oriente. Per ora, però, in Palestina non si intravede nulla di radioso, nella Striscia di Gaza si continua a morire tra le macerie e la popolazione sopravvive tra mille restrizioni.
Ma per Trump, con ogni probabilità, questo è solo un insignificante dettaglio, visto che nel testo di presentazione a Davos del Consiglio di Pace non si fa più menzione di Gaza. Del resto il presidente USA guarda sempre lontano, con nuove idee. Tra quelle presentate dal tycoon a Davos la più fumosa è proprio il suo «Consiglio di Pace». Non a caso tra la sessantina di Paesi invitati a farne parte, per ora sono meno di una ventina quelli che hanno aderito al progetto.
La reazione di Trump è stata stizzita nei confronti di chi, come il presidente francese Macron, ha espresso un chiaro no al nuovo strumento con cui Washington intende dettare legge nel mondo. Il fatto che Trump si sia autodichiarato presidente a vita del Board of Peace e sia l’unico membro ad avere diritto di veto, non ne fa certo un’istituzione equilibrata che mira al libero confronto tra i suoi membri per risolvere i conflitti nel mondo. Se poi andiamo a leggere lo statuto del Consiglio di Pace, troviamo che intende «promuovere la stabilità, ripristinare una governance affidabile e legittima (...)». Incredibile! Il presidente a vita del Board of Peace ha assunto negli ultimi mesi atteggiamenti in contraddizione con gli stessi statuti della nuova istituzione internazionale.
Non possiamo infatti definire un promotore di stabilità e di governance affidabile e legittima un presidente che ha minacciato di voler sottrarre, anche ricorrendo all’uso della forza, un territorio, la Groenlandia, legato da secoli a uno Stato sovrano, ossia la Danimarca. Non si lavora del resto a favore della pace e della democrazia quando si annunciano nuovi dazi ingiustificati nei confronti di alcuni Paesi europei che hanno espresso il loro sostegno alla Danimarca. Come comportarsi dunque con il Governo americano e la sua nuova dirigenza tutt’altro che coerente per quanto riguarda il rispetto della democrazia?
Certo, non è facile sbattere la porta in faccia alla prima potenza mondiale, soprattutto se contraddire l’uomo dal ciuffo biondo può voler dire subire dazi addizionali o altre ritorsioni. Ma a Davos non tutti si sono inchinati di fronte alle imposizioni di The Donald. Il premier canadese Mark Carney nel suo intervento ha parlato di una «realtà brutale» nella quale la geopolitica tra le grandi potenze non è soggetta ad alcun vincolo. Secondo Carney però le potenze di medio livello come il Canada hanno la capacità di costruire un nuovo ordine che incarni i nostri valori tradizionali, come il rispetto dei diritti umani, l’integrità territoriale degli Stati e lo sviluppo sostenibile.
Pensieri che il premier canadese aveva già avuto modo di esprimere e per questo il Canada (i cui territori fanno gola a Trump lo spaccone) non è stato invitato ad aderire al nuovo giocattolo del presidente USA. Ormai, dopo tanti segnali allarmanti giunti dalla Casa Bianca, non possiamo più considerare come semplici boutade le uscite che il presidente USA fa contro questo o quell’uomo politico, piuttosto che contro un intero Paese. Occorre un nuovo ordine mondiale, ma non certo quello a cui mirano Russia, Cina e gli attuali Stati Uniti con l’uso della forza.


