Ticino 2020, requiem per un'idea nata morta

Alla fine è arrivato anche il certificato di morte. Con discrezione, quasi per non disturbare, in piena estate per non fare troppo rumore. Ticino 2020 è stato formalmente archiviato e al suo posto nascerà una Conferenza di cooperazione interistituzionale. Un nome che promette bene: lungo abbastanza da incutere rispetto e sufficientemente astratto da non impegnare nessuno prima del tempo. Cinque consiglieri di Stato, cinque rappresentanti dei Comuni e, si spera, almeno una calcolatrice funzionante. Perché il problema, tolte le formule solenni sul federalismo, è sempre stato quello: chi decide, chi paga e chi, alla fine, resta con il cerino in mano. Il progetto era nato con un’ambizione persino condivisibile: mettere ordine nei rapporti tra Cantone e Comuni, chiarire compiti e responsabilità, rendere trasparenti i flussi finanziari e rafforzare l’autonomia degli enti locali. In parole povere, stabilire chi fa che cosa e con quali soldi. Una domanda elementare alla quale la politica ticinese è riuscita a non rispondere per dodici anni. Nel 2016 il cantiere partì in pompa magna. Comitato strategico, comitato guida, direzione di progetto e sette gruppi di lavoro. Non mancava nulla, tranne forse una via d’uscita. Le proposte sarebbero arrivate entro la fine dell’anno, le modifiche legislative nel 2017, il dossier in Gran Consiglio nel 2018 e l’attuazione nel 2019. A settembre ci fecero sapere che Ticino 2020 era «in orario». Detto oggi fa sorridere. Ma è un sorriso amaro, quello che si riserva ai tabelloni ferroviari quando il convoglio risulta puntuale pur non essendo mai partito. Il 2018 passò senza riforma, il 2019 pure. Nel 2020, anno che avrebbe dovuto celebrare il traguardo, si tornò a parlare di rilancio. Il progetto definitivo sarebbe arrivato nel 2021, poi il Parlamento se ne sarebbe occupato nel 2022. Puntuali, come sempre, gli annunci. Un po’ meno i risultati. Nel 2023, quasi otto anni dopo l’avvio operativo, venne finalmente presentata ai Municipi una proposta complessiva. Il famoso parto. Solo che il neonato, appena mostrato ai parenti, non convinse quasi nessuno. Non perché mancassero studi, schemi, simulazioni o buone intenzioni. Il punto debole era scritto nel cuore stesso dell’operazione: la neutralità finanziaria. Una formula rassicurante, dal suono quasi scientifico, dietro la quale si nascondeva la vecchia e mai sopita battaglia delle casse pubbliche. Il Cantone avrebbe assunto determinati compiti, i Comuni ne avrebbero mantenuti o ricevuti altri e, per pareggiare i conti, una parte delle risorse fiscali comunali sarebbe salita a Bellinzona. Insomma, si prometteva più autonomia chiedendo nel contempo di consegnare le chiavi della cassaforte. Una trovata che poteva entusiasmare soltanto chi avrebbe ricevuto le chiavi. Da lì l’incaglio, anche se sarebbe comodo attribuire tutto a un solo vincolo tecnico. La verità è che Ticino 2020 pretendeva di risolvere in un colpo solo socialità, scuola, anziani, trasporti, assistenza, protezione e perequazione. Un gigantesco trasloco istituzionale nel quale ogni mobile aveva un proprietario diverso e nessuno voleva pagare. Le città difendevano interessi differenti da quelli dei Comuni rurali; gli enti più forti non volevano diventare il bancomat del sistema; quelli più fragili temevano di perdere tutele. Il Cantone, alle prese con conti tutt’altro che floridi, cercava una riforma che non gli costasse. I Comuni, anch’essi sotto pressione, chiedevano esattamente la stessa cosa. Era la neutralità finanziaria applicata alla politica: tutti neutrali purché pagasse l’altro.
Nel frattempo la realtà procedeva nella direzione opposta rispetto alle dichiarazioni. Mentre si parlava di autonomia comunale, gli enti locali denunciavano nuovi aggravi e minori margini decisionali. Mentre si celebrava il dialogo, l’Associazione dei Comuni ticinesi alzava la voce contro un Cantone accusato di decidere e poi presentare il conto. Mentre si prometteva chiarezza, riforme importanti come quella delle autorità di protezione restavano impigliate proprio nel nodo del finanziamento. Ticino 2020 era diventato il ripostiglio nel quale sistemare ogni problema in attesa della grande soluzione. E, come spesso accade nei ripostigli, dopo qualche anno non si ricordava più che cosa ci fosse dentro.
Nel 2025 si è così firmata una nuova Dichiarazione d’intenti sul federalismo. Più autonomia, più rispetto, più partecipazione. Tutto giusto, naturalmente. Talmente giusto da chiedersi perché sia stato necessario impiegare oltre un decennio per riscoprirlo. Quando la politica non riesce a produrre una decisione, produce una dichiarazione. È meno rischiosa, costa meno e consente una fotografia con molte persone sorridenti e soddisfatte. Almeno fino al preventivo successivo.
Ora Ticino 2020 viene chiuso perché avrebbe «deviato dalla rotta iniziale» ed era finito in una situazione di stallo. Tradotto dal linguaggio istituzionale: non è arrivato dove prometteva di arrivare. Si può certo riconoscere che il lavoro svolto abbia permesso di conoscere meglio compiti e flussi finanziari. Ma dopo dodici anni scoprire dove passano i soldi senza riuscire a decidere chi debba metterceli non è propriamente una vittoria. È una costosa presa d’atto. Arriva dunque la Conferenza di cooperazione interistituzionale, destinata a sostituire una Piattaforma di dialogo diventata troppo affollata. Il nuovo tavolo sarà più snello, paritetico e operativo. Gli auguri sono sinceri, perché i problemi sono reali e non spariscono cambiando l’insegna sulla porta. Ma un dubbio rimane. Se sono stati i vincoli finanziari, le diffidenze e l’incapacità di scegliere a bloccare Ticino 2020, non sarà la disposizione delle sedie a risolverli. Il fallimento non sta soltanto nell’archiviazione. Sta nella distanza tra la precisione degli annunci e la povertà dei risultati. Nel 2016 si indicavano persino gli anni delle leggi e dell’attuazione; nel 2026 si annuncia un altro metodo per affrontare gli stessi problemi. Il futuro promesso dal titolo è passato senza fermarsi. È rimasto il numero, 2020, come la data di scadenza su una confezione conservata troppo a lungo nella dispensa istituzionale.
Adesso si ricomincia. Nuova conferenza, nuova lettera d’intenti, nuova fase. È legittimo sperare che questa volta si lavori meglio. Ma prima delle strutture vengono le decisioni e prima del dialogo viene la volontà di pagare il prezzo delle scelte. Senza quella, Cantone e Comuni potranno cambiare tavolo, nome e fotografia ufficiale. Continueranno però a rifiutare il conto. E il cameriere, come sempre, finirà per portarlo al cittadino.


