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L'editoriale

Tornando a Itaca nel terzo millennio

Nolan ha ritrasformato l’Odissea in un grande evento popolare, riportando il pubblico al cinema e forse anche alla lettura di Omero
Matteo Airaghi
Matteo Airaghi
21.08.2026 06:00

No, meglio precisarlo subito, l’Odissea di Nolan, causa unica e primigenia del tormentone omerico che sta contrassegnando un po’ dovunque l’estate, noi non l’abbiamo ancora vista. Rimedieremo certamente, ma è forse un bene potersi prendere un pochino di distanza, anche temporale, da un fenomeno culturale (perché di questo autenticamente si tratta) che ha il merito indubitabile di aver riportato sotto i riflettori di ogni genere di discorso pubblico la storia all’origine della civiltà occidentale. Così non potremo qui ironizzare sul fatto che per merito di un kolossal d’azione da duecentocinquanta milioni di dollari tutti si sono di colpo trasformati in grecisti raffinati, anche se fino a ieri credevano che l’aoristo fosse una specie di imprecazione blasfema e l’esametro un’antica unità di misura babilonese.

Non potremo nemmeno eccepire sul fatto che il faccione da pupone americano ipervitaminizzato di Matt Damon ci fa rimpiangere d’istinto il leggendario volto mediterraneo, malinconico e carismatico di Bekim Fehmiu, indimenticabile Ulisse per chi negli anni Settanta rimase stregato dalla miniserie sull’Odissea prodotta dalla RAI di allora. Quella, per intenderci, in cui ogni episodio si apriva con la voce di un vegliardo e semicieco Giuseppe Ungaretti, che, quasi fosse Omero lui stesso, recitava alcuni versi del poema spaventando i bambini dell’epoca quasi quanto il ciclope Polifemo. E non potremo neppure meravigliarci perché al liceo, quando arrancavamo tra dattili e spondei, la «glaucopide» dea Atena ce l’eravamo immaginata molto diversa dalla peraltro meravigliosa Zendaya scelta da Nolan o sul fatto che di Nausicaa e dei suoi Feaci il film se ne infischi bellamente.

Neppure ci interrogheremo su quanto deve essere profonda la crisi di idee a Hollywood se per tornare a riempire i cinema si deve costruire su una storia di quasi tremila anni fa una sceneggiatura, seppur grandiosa e superficiale come l’ha definita la classicista Emily Wilson che ha rivelato di non aver provato la minima empatia nemmeno per la scena del cane Argo, il più struggente episodio della letteratura di ogni tempo.

No, non vogliamo farci influenzare e dunque, costretti a sospendere il giudizio sul film, ci limitiamo semplicemente a osservare con soddisfazione, da sostenitori irriducibili della cultura classica, che questo blockbuster ha ritrasformato l’Odissea in un grande evento popolare, riportando il pubblico al cinema e forse anche alla lettura di Omero. Lettura che nessun adattamento cinematografico, riuscito o meno, potrà mai alterare, modificare, rovinare o migliorare vista la qualità della materia di partenza.

Ci aiuta a capirlo un bel saggio di Cesare Catà uscito nell’estate del 2022, quindi ben prima dell’attuale revival che sta producendo un’immensa mole di approfondimenti, commenti e volumi di contorno non sempre all’altezza del testo omerico, intitolato Una zattera per Itaca. L’Odissea come guida spirituale per naufraghi contemporanei (edito da Ponte alle Grazie) che ci introduce al poema da un punto di vista filosofico andando alla ricerca dei messaggi celati e preziosi con cui ci parla di noi. E intendendo con «noi» proprio i cittadini della società globale-digitale del XXI secolo con le nostre speranze, le nostre ossessioni e le nostre profonde angosce. Il libro è un agile e interessante percorso sulle tracce evidenti e su quelle meno evidenti che l’Odissea ha lasciato nella civiltà occidentale. Nella riproposizione di Catà tutti i personaggi maggiori vengono reinterpretati in veste moderna con un rigore da romanzo psicologico di vaglia. Odisseo vorrebbe e non vorrebbe tornare, resiste alle tentazioni della divinità perché rimane un uomo, ha nostalgia di casa come di ciò che è davvero suo. È un guerriero intelligente e astuto che non ama le battaglie ma è costretto alla violenza, un navigatore che non ama il mare ma che ci passa dieci anni costretto dal dio Poseidone. Tutto per farci capire che Omero parla solo in apparenza di un mondo lontanissimo dal nostro e ci dimostra che gli antichi se sappiamo leggerli sono nostri contemporanei.

E pazienza se oggi le mamme illuminate non fanno più addormentare i bambini leggendo loro i libri meravigliosi di Laura Orvieto (le Storie della storia del mondo, chissà se qualcuno se le ricorda ancora...) che trasformavano in fiabe le peripezie omeriche tra cavalli di legno, ciclopi inferociti, sirene tentatrici, divinità litigiose e millenari alberi di olivo al centro di segrete camere nuziali. Pazienza se deve arrivare un’americanata di lusso a ricordarcelo: l’Odissea ci parla di noi. Di come fronteggiare l’invidia implacabile che gli dèi avranno sempre nei confronti del nostro desiderio di felicità e, in fondo, del nostro bisogno di ritrovare, in ogni naufragio nel mare violento della vita, la nostra Itaca quotidiana.