Tra i due litiganti ci rimette il fondo AVS

Sono passati più di due anni dall’approvazione popolare della 13. AVS. La rendita supplementare sarà versata per la prima volta nel mese di dicembre, ma il suo finanziamento resta in alto mare. Nella migliore delle ipotesi ci sarà una soluzione solo a partire dal 2028. All’inizio non dovrebbe essere un dramma, ma in seguito, senza entrate supplementari, la situazione del Fondo AVS sarebbe destinata ad aggravarsi. Alle Camere le posizioni sono ancora distanti e non è detto che riescano a convergere. Il Nazionale vorrebbe limitarsi a un aumento dell’IVA di 0,7 punti fino al 2030, in attesa della prossima riforma, che dovrebbe stabilizzare il primo pilastro per il decennio successivo e rispondere ai cambiamenti demografici. Gli Stati, invece, insistono per una soluzione mista, che combina un aumento dell’IVA di 0,4 punti con un ulteriore prelievo sui salari di 0,3 punti, equamente suddiviso fra dipendenti e datori di lavoro.
Questa assenza di progressi sostanziali verso un compromesso è dovuta anche alla differenza di priorità politiche e ai diversi rapporti di forza nei due rami del Parlamento. Alla Camera dei Cantoni, Centro e sinistra hanno i numeri per formare una maggioranza attorno a una soluzione che accontenta entrambi. I socialisti puntano su un aumento dei contributi, perché questi dipendono dal salario e quindi consentono una ridistribuzione della ricchezza dai più benestanti ai meno favoriti. Il Centro vuole gettare le basi per finanziare la sua iniziativa sull’abolizione del tetto massimo alle rendite dei coniugi. I due partiti sono pronti anche a ricorrere a un aumento automatico dei contributi nel caso in cui il livello del Fondo AVS scendesse sotto la soglia di guardia dell’80% delle uscite annuali dell’AVS. Al Nazionale, invece, sono UDC, PLR e Verdi liberali ad avere la maggioranza. I tre partiti si oppongono a un ulteriore aumento del costo del lavoro tramite i prelievi sui salari e puntano a una riforma strutturale dell’AVS dopo il 2030, comprendente anche un innalzamento dell’età pensionabile. Una soluzione che il Consiglio federale ha già detto di non volere, preferendo un rincaro duraturo dell’IVA abbinato a nuovi prelievi nel settore dei contributi. Un ulteriore aumento dei contributi salariali – sarebbe il terzo dal 2020 – è osteggiato dagli ambienti borghesi (e dal mondo economico) perché inciderebbe sulla competitività delle imprese e sulla popolazione attiva.
A essere penalizzati, in particolare, sarebbero i giovani, costretti a sostenere un maggior onere per tutta la loro vita professionale. Dalla popolazione, intanto, sono giunti segnali negativi. Secondo un rilevamento di Tamedia/20 Minuten, il 43% degli interpellati respinge tutte le proposte sul tappeto, il 29% sarebbe favorevole a una soluzione di finanziamento mista, l’8% sosterrebbe un aumento duraturo dell’IVA di 0,7 punti e il 9% un aumento temporaneo limitato al 2030. Insomma, semplificando, gli svizzeri non vogliono pagare la 13. AVS con i rimedi tradizionali. Nel medesimo sondaggio, però, due intervistati su tre (68%) si sono detti d’accordo con l’idea di introdurre un’imposta federale sulla sostanza dello 0,33%, a carico dei patrimoni superiori ai 5 milioni di franchi, allo scopo di finanziare sia l’esercito sia l’AVS. Il quadro è molto complicato. Se non prevarrà la disponibilità al compromesso, il braccio di ferro in Parlamento potrebbe anche terminare con un nulla di fatto. Con, da un lato, chi ritiene che non si possa continuare a finanziare l’AVS a colpi di prelievi e che darle subito più risorse rimanderebbe alle calende greche il dibattito sull’aumento dell’età pensionabile; e dall’altro, chi accusa la controparte di voler lasciare irrisolto il finanziamento a breve termine, apposta per creare una situazione finanziaria insostenibile, che costringerebbe il popolo, un domani, ad accettare un aumento dell’età di pensionamento.
Il fatto è che senza un’intesa, la 13. andrebbe finanziata solo attingendo al Fondo AVS (il portafoglio del primo pilastro). Fra i due litiganti sarebbe lui a rimetterci. Più dura l’impasse politica, più questo fondo finirà per erodersi e più diventerà oneroso finanziare il primo pilastro. Il Fondo è stato concepito come cuscinetto per assorbire le fluttuazioni congiunturali, non per coprire falle dovute alla mancanza di finanziamenti. Una sua riduzione forzata, tramite la cessione di attivi per garantire la liquidità necessaria a pagare le rendite, sarebbe un danno per tutti. Non è solo una questione interna al Parlamento. Anche il Consiglio federale, che giustamente si preoccupa per il Fondo, in prospettiva dovrebbe dimostrarsi aperto ai compromessi. Il suo piano per la stabilizzazione dell’AVS dopo il 2030, invece, è basato solo su nuove entrate e rinvia la ricerca di soluzioni alternative.


