Tra regole, coraggio e buona volontà

Il peso dei morti e dei feriti della maledetta notte di Crans-Montana non si misura soltanto nel dolore delle famiglie o nei numeri, sempre freddi, delle statistiche. Si misura anche - e forse soprattutto - nella scia di interrogativi che quella tragedia ha lasciato dietro di sé. Interrogativi che toccano responsabilità e giustizia, ma anche qualcosa di più sfuggente: il senso di umanità di un sistema Paese. Nel caso del Constellation, la Svizzera si trova oggi in una posizione tanto solida quanto scomoda. Solida perché, sul piano normativo, ogni passaggio trova una spiegazione: federalismo, ripartizione delle competenze, procedure sanitarie internazionali. Tutto regge, tutto si incastra secondo logiche consolidate. Scomoda perché questa coerenza formale rischia di apparire (soprattutto dall’Italia) come una freddezza quasi cinica. È il paradosso di una tragedia che ha trasformato una vicenda apparentemente locale in un caso politico e diplomatico. Da un lato, la Svizzera che applica le regole: l’assistenza reciproca tra sistemi sanitari prevede che le cure siano garantite e poi regolate tra istituzioni, non scaricate sui singoli. Dall’altro, la percezione, alimentata anche da dichiarazioni sopra le righe, che quelle stesse regole diventino uno scudo dietro cui si nasconde una mancanza di sensibilità. Sarebbe però troppo semplice fermarsi a questa lettura.
Il nodo non sta nella legittimità delle fatture inviate - che non sono richieste di pagamento alle famiglie ma passaggi amministrativi destinati agli assicuratori - bensì nel contesto in cui arrivano. Un contesto segnato da errori, leggerezze e silenzi che hanno contribuito a creare una sensazione di corresponsabilità diffusa, anche dove formalmente non è stata accertata. La responsabilità penale resta però individuale, non collettiva. La tragedia di Capodanno ha mostrato le crepe di un sistema che funziona nella quotidianità ma fatica di fronte all’eccezionale. La delega a terzi, tipica di uno Stato non centralista, ha i suoi vantaggi. Ma quando qualcosa va storto, rende più difficile individuare un volto, un responsabile, un colpevole. E nel vuoto che si crea si insinua la percezione, soggettiva ma potente, che nessuno alla fine risponda davvero.
È qui che il diritto, da solo, non basta più. Non basta spiegare che le procedure sono corrette o che la copertura delle cure è garantita. Il piano della razionalità giuridica non coincide con quello della percezione pubblica. Ignorarlo significa lasciare spazio a narrazioni semplificate, spesso ingiuste ma efficaci. L’Italia ha reagito secondo una dinamica nota: alzando i toni, politicizzando la vicenda, trasformando il dolore in un simbolo, una nazione nel carnefice. Le parole della premier Giorgia Meloni si inseriscono in questa logica. Non sorprende: nella politica contemporanea conta l’impatto immediato, anche a costo di forzare la realtà. Ma sarebbe un errore liquidare tutto come propaganda. Dietro quella reazione c’è anche un sentimento diffuso, un riflesso istintivo di fronte a una tragedia che ha colpito cittadini italiani e svizzeri. E quel sentimento va considerato. Da quel giorno abbiamo voluto essere formalisti all’eccesso, molte volte sbagliando o scivolando. Sempre facendo difetto quanto ad empatia. La domanda allora è semplice e aperta dovrà essere la risposta: possibile che in una situazione del genere non si trovi una via d’uscita che vada oltre il rigido rispetto delle procedure? Possibile che non emerga, a livello politico o amministrativo, un gesto capace di chiudere la questione senza trascinarla in uno sterile braccio di ferro? Non si tratta di mettere in discussione il diritto amministrativo (quello penale non è sindacabile) ma di affiancargli il buonsenso. Di riconoscere che esistono momenti in cui la correttezza formale deve dialogare con l’opportunità sostanziale. In certi casi, una soluzione pragmatica, anche imperfetta, può evitare danni maggiori sul piano delle relazioni internazionali e dell’immagine. Il Consiglio federale ha finora scelto la continuità: lasciare che siano le istituzioni competenti a gestire la pratica secondo i protocolli. Una scelta coerente, ma che rischia di apparire come disimpegno politico. Come se, di fronte a una questione delicata, ci si rifugiasse nella neutralità della burocrazia. Eppure, la neutralità non è sempre una risposta. È il momento che qualcuno dica semplicemente: «Mandateci le fatture, ce ne occupiamo noi». Non per ammettere colpe che spetterà alla giustizia accertare, ma per chiudere una polemica che nulla aggiunge alla verità e molto toglie alla credibilità. Perché il dramma, quello vero, è già accaduto. E si perpetua nelle vite spezzate, nei corpi feriti, nelle famiglie segnate. Tutto il resto - fatture, dichiarazioni, schermaglie diplomatiche - rischia di essere solo rumore di fondo. Un rumore che si potrebbe, e forse si dovrebbe, spegnere con un semplice atto.


