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L'editoriale

Trump guarda, la Svizzera corre, il fegato lavora

A margine dell'entusiasmo per la Nazionale e le piazze piene - In attesa delle tre della notte su domenica per continuare a sognare
Gianni Righinetti
09.07.2026 06:00

Ci sono notti che valgono molto di più di una partita di calcio. Notti che ci fanno battere forte il cuore con gli occhi sbarrati, quando un briciolo di buon senso direbbe di spegnere la luce. Notti che vedono le piazze riempirsi quando le lancette dell’orologio consiglierebbero di trovarsi a letto a dormire. Notti che trasformano un Paese prudente, spesso severo con sé stesso, in una comunità capace di emozionarsi all’unisono. Sono le notti magiche di questa calda estate della Nazionale di calcio ai Mondiali negli Stati Uniti. Notti di gioia collettiva, autentica e contagiosa. Il popolo rossocrociato, dopo avere sfiorato l’oro a maggio nell’hockey ai mondiali casalinghi di Zurigo, ha riscoperto il piacere semplice e potente di sentirsi parte della stessa storia. Una volta ancora vediamo che una maglia è più forte di mille discorsi. Può ricordarci che il patriottismo non è una parolaccia se resta sano, civile e rispettoso. Che può finanche unire senza segregare, accendere l’orgoglio e non trasformarlo in arroganza, finanche far sventolare una bandiera senza usarla quasi fosse una clava. In campo ci sono i nostri beniamini, figli di una Svizzera che vorremmo vedere sempre così: compatta senza essere uniforme, plurale senza essere frammentata, fiera e non presuntuosa. Un Paese non spezzettato da lotte, litigi, gelosie, piccoli calcoli e rivalità di cortile, capace, di fronte a un pallone che rotola, di riconoscersi. L’incredibile corsa sotto i nostri occhi non è solo sport, non solo calcio, men che meno solo una favola agonistica. La vogliamo leggere anche come una rivincita morale e, in parte, politica. Viviamo nell’era in cui spesso siamo noi stessi a farci male, con un autolesionismo tutto elvetico, preciso e ordinato. Finiamo per dividerci quasi fosse una vocazione e quando non lo facciamo da noi, arrivano altri, potenti e arroganti, a farsi beffa della piccola Svizzera e della sua peculiare lentezza. Siamo la nazione della ragione. E per questo a taluni non piacciamo. Primo tra tutti Donald Trump, che in queste ore deve masticare amaro. Grazie al cappellino rosso del presidente della Confederazione Guy Parmelin, con quella scritta geniale nella sua sobrietà: «Switzerland Great Since 1291». Una risposta perfettamente svizzera al «Make America Great Again». Siamo meno teatro, più memoria, ma pure meno muscoli, più storia. L’arroganza del potente The Donald è arrivata, secondo il suo stile consolidato, a piegare anche il calcio alla logica del comando, fino alla pretesa di cancellare un cartellino rosso a un giocatore made in USA. Infine la beffa: l’eliminazione della squadra a stelle e strisce. E poi la strabeffa: non gli resta che guardare la piccola, detestata, sottovalutata Svizzera ancora in corsa, tra le otto migliori del mondo, proprio a casa sua. Chissà quanto gli rode il fegato. Noi, senza cattiveria, sorridiamo. Perché la vita è bella anche per questi momenti memorabili. Per un abbraccio tra sconosciuti dopo un rigore decisivo, per una piazza che esplode, per chi si scopre tifoso anche solo per una notte. Lo sport, quando è vissuto in armonia e felicità, rende più gioioso il Paese, non risolve i problemi, non abbassa i premi di cassa malati, non cancella le tensioni politiche, non ricuce le fratture sociali, men che meno dissolve le inquietudini economiche. Ma ci ricorda qualcosa di essenziale: prima delle differenze, delle lingue, dei cantoni, delle appartenenze e delle diffidenze, esiste un «noi svizzeri». E questo «noi», talvolta ha bisogno di respirare e di sfogarsi, di non sentirsi immediatamente trascinato in una disputa. Ha bisogno di cantare, di soffrire, di sperare insieme, di riconoscere nei ragazzi in campo non soltanto dei professionisti del pallone, ma l’immagine migliore di un Paese che sa essere serio senza essere grigio, ambizioso, mai arrogante.

Ora ci rimane solo un dilemma molto poco svizzero e proprio per questo meraviglioso, in vista delle tre della notte tra sabato e domenica: andare a dormire un po’, puntando la sveglia nel cuore del buio, oppure non coricarsi affatto e tirare dritto fino al calcio d’inizio? Per una volta accontentiamoci di questi problemi grassi. Ce li siamo meritati. Sono il privilegio leggero di chi può mettere da parte, almeno per qualche ora, il peso delle preoccupazioni quotidiane e concedersi il lusso di un sogno comune. Dall’altra parte ci sarà l’Argentina di Messi e Lautaro. Serviranno rispetto, lucidità, coraggio. Ma rispetto non significa sudditanza. La Svizzera è arrivata fin qui perché ha giocato, sofferto, creduto, senza chiedere il permesso a nessuno. Ha saputo difendersi e ripartire, stringere i denti e alzare lo sguardo. E allora avanti, con il cuore leggero e il sogno intatto. Un’altra notte magica, inseguendo un gol. E forse, ancora una volta, inseguendo noi stessi.

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