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L'editoriale

Tutti in coda al San Gottardo: la Pasqua e il suo masochistico rituale

Resta da chiedersi cosa spinga a sobbarcarsi tutto questo: ore di viaggio, traffico congestionato, soste forzate e una buona dose di frustrazione, il tutto per una manciata di giorni
Gianni Righinetti
03.04.2026 16:30

Puntuali come ogni Pasqua: le colonne. Gli incolonnati. L’imbuto del portale Nord del San Gottardo che inghiotte pazientemente, e poi risputa con lentezza quasi contemplativa, il pellegrinaggio laico della mobilità contemporanea. La direttrice Nord-Sud (e viceversa) della Svizzera si trasforma, ancora una volta, in una liturgia collettiva fatta di freni, clacson e nervi scoperti. Altro che resurrezione: qui si consuma l’ennesima passione, rigorosamente a motore acceso. Ogni anno è così: esodo e controesodo. Il serpentone di lamiera e gomme che ruotano - o fingono di farlo - sull’asfalto che conosce i primi tepori primaverili è un grande classico, più affidabile di qualsiasi bollettino meteo o previsione del traffico. La follia di primavera, verrebbe da dire. Una coreografia perfetta, dove migliaia di individui decidono, simultaneamente, di mettersi in marcia verso la stessa meta (il Sud) nello stesso identico momento. Coordinazione svizzera? No, masochismo organizzato su scala continentale. Una parte di questi viandanti del Nord, della Svizzera e dell’Europa, diretti in gran parte verso l’Italia, sono habitué duri e puri della colonna. Devoti, quasi ascetici. Gente che, di fronte a una coda annunciata di cinque, sei o sette ore, non solo non arretra, ma rilancia: thermos pronto, playlist impostata, pazienza in modalità zen. In fondo, cosa sono alcune ore immobili rispetto al miraggio di due o tre giorni di evasione? E poco importa se il Belpaese li accoglierà con il consueto calore, magari condito da qualche ironia calcistica dopo l’ennesimo inciampo mondiale nel pallone rotondo: l’importante è esserci, possibilmente tutti insieme e contemporaneamente, perché la vacanza condivisa è più autentica, anche quando è condivisa nel disagio.

In Ticino, per chi si fermerà, e gli albergatori si apprestano a sorridere con l’entusiasmo composto di chi conosce bene il calendario e le radicate abitudini, si annuncia sole in abbondanza e i primi venti gradi dell’anno. Il Sud alpino torna a fare il Sud: luce piena, lago immobile, terrazze che si riempiono e quella promessa di dolce vita che, puntualmente, riesce a giustificare tutto. Anche il purgatorio della corsia unica, anche l’arte tutta moderna di contemplare il paraurti altrui per ore.

Resta da chiedersi cosa spinga a sobbarcarsi tutto questo: ore di viaggio, traffico congestionato, soste forzate e una buona dose di frustrazione, il tutto per una manciata di giorni. Nell’era del turismo globale, delle partenze intelligenti, delle fughe fuori stagione e dei voli low cost che ti portano a colazione a Lisbona e a cena a Berlino, resistono rituali granitici. La Pasqua è uno di questi. Una tradizione che non si limita a sopravvivere: prospera, sfidando la logica con l’ostinazione di chi, in fondo, non vuole cambiare. Certo, la massa deve approfittare delle vacanze comandate, soprattutto quelle scolastiche. Il calendario detta legge e le famiglie si adeguano, spesso senza alternative. Ma rimane un piccolo, grande mistero, degno di un’analisi psicologica collettiva, il perché l’essere umano ami tanto infliggersi stress travestito da svago. Perché, diciamolo chiaramente, uno stacco dalla routine fa sempre bene. Ma è lecito dubitare che una «toccata e fuga» pasquale, trascorsa in larga parte tra volante, gallerie e code chilometriche, restituisca individui davvero riposati, rilassati e pronti ad affrontare con slancio la ripresa.

Forse il punto non è nemmeno riposarsi. Forse il vero obiettivo è potersi dire di aver staccato, di aver fatto «qualcosa», di aver rispettato un rito collettivo che rassicura proprio perché si ripete identico a sé stesso. Anche a costo di trasformare il tempo libero in una piccola odissea su quattro ruote. In fondo, la libertà passa anche da qui: dalla possibilità di scegliere consapevolmente di restare fermi in coda. E poi c’è un altro aspetto, meno raccontato ma altrettanto evidente: la strana solidarietà da colonna. Sguardi complici tra automobilisti, finestrini abbassati, qualche battuta scambiata con lo sconosciuto della corsia accanto. Un’umanità compressa che, per qualche ora, condivide destino e frustrazione. Non è molto, ma è qualcosa. Una parentesi quasi sociologica che trasforma l’ingorgo in esperienza collettiva, degna di un piccolo studio sul campo.

Comunque sia, libera scelta in libero Stato. E allora non resta che augurare a tutti buona colonna, buon imbuto e buona vacanzina. Con una punta di ironia e un filo di realismo: il vero relax, forse, comincia quando si spegne il motore. Sempre che, nel frattempo, non sia già ora di ripartire.