Un anno che minaccia di finire nel caos

Il 2026 si è aperto su uno scenario di grande confusione mondiale e, per la Svizzera, di enorme dolore, con il dramma di Crans-Montana. La situazione geopolitica, invece, appare sempre in bilico, precaria, con i casi di Venezuela, Iran e Groenlandia che occupano le prime pagine. È come se in quindici giorni avessimo già accumulato drammi - purtroppo - e problemi sufficienti per il resto di quest’anno, che sarà pieno di incognite che potremmo definire «assolute». La differenza con gli anni passati è proprio questa: se dalla pandemia in poi il mondo non ha avuto un attimo di tranquillità, se il sentimento di tutti era quello di trovarsi a bordo di un ottovolante, restavamo però speranzosi, se non convinti, che prima o poi la corsa sarebbe rientrata sana e salva, e sui propri binari, alla base di partenza. Oggi nessuno sottoscriverebbe più una simile previsione, anche nella «rassicurante» Confederazione elvetica. La ferita sociale e psicologica che la tragedia di Crans ha provocato in ciascuno di noi avrà bisogno di molto tempo per diventare un po’ meno dolorosa. Per la prima volta da decenni, la Svizzera si trova davanti, in solitudine, a un disastro improvviso che, sotto alcuni aspetti, non è riuscita, almeno inizialmente, a gestire nel migliore dei modi. Abbiamo davanti a noi un lungo processo da fare, non solo nelle aule dei tribunali, e non sappiamo quali saranno i suoi esiti politici e culturali.
Più in grande, l’Europa si trova - ça va sans dire - in una situazione complessa. Prendiamo il perdurare della guerra in Ucraina. Dodici mesi fa eravamo ancora propensi a sperare che, con l’arrivo alla Casa Bianca di un Donald Trump carico di promesse e della volontà di mantenerle, la situazione si sarebbe avviata a una conclusione di certo non indolore ma comunque portatrice di una pace accettabile. Non sta andando così. I faticosi negoziati avviati nelle settimane prima di Natale sono crollati, rivelandoci come, per l’ennesima volta, per nessuno dei due Paesi belligeranti sia davvero arrivata l’ora di accordarsi con il nemico. Con queste premesse, la guerra può durare per tutto il 2026 e oltre. E non dimentichiamo che è, anche, una guerra ibrida che coinvolge la nostra quotidianità. Non ci abbiamo fatto molto caso, ma l’anno scorso in Europa è aumentato il numero di guasti «tecnici» e di attacchi hacker a reti e sistemi, creando nella società un concreto senso di insicurezza, al di là delle responsabilità. L’impressione è di stare dentro un conflitto non dichiarato, in una zona grigia che tende a perpetuarsi, con grave danno per il vivere sociale e per l’economia di tutti i giorni, quella della gente comune.
Gli altri fronti di crisi, dall’Iran alla Groenlandia, con sulla scena il conclamato scardinamento del diritto internazionale e la separazione sempre maggiore tra Stati Uniti ed Europa, restano per il momento insondabili. Le cancellerie politiche come i mass media, cosa che non si è vista nemmeno durante la pandemia, hanno iniziato a vivere praticamente «alla giornata». Al mattino non si è più sicuri di dove ci si troverà la sera dello stesso giorno: l’imprevedibilità del periodo storico sta diventando strutturale. Si può pensare che un punto fermo geopolitico verrà dato dall’esito delle elezioni di midterm negli USA, a novembre, con Trump vittorioso o perdente, ma chi può prevedere le reazioni del tycoon in un caso o nell’altro? Raramente abbiamo speso su queste colonne una parola che, da svizzeri, non amiamo. Ma tutto lascia presagire che il 2026 sarà l’anno del caos. In vista, si spera, di un ordine successivo più calmo, più conciliato. Ne avremmo veramente tutti bisogno.


