Cerca e trova immobili
L'editoriale

Un divieto che nasconde i limiti degli adulti

Utilizzo dei social: da quando in qua la soluzione è l’esclusione? Da quando dire ai nostri figli «non fatelo» impedisce loro di fare tutto, di provare, di esistere, di esserci?
Paolo Galli
25.06.2026 06:00

C’è qualcosa di profondamente sbagliato nella tendenza, da parte di governi nazionali e sovranazionali, a vietare tout court ai più giovani l’utilizzo dei social media. E l’errore sta nella superficialità della motivazione, che si limita a suggerire come gli stessi giovani non siano pronti a utilizzarli. Lo hanno detto, con questi termini, sia Emmanuel Macron sia Keir Starmer (pre-dimissioni), la scorsa settimana, chiedendo a gran voce di accelerare i rispettivi processi per arrivare a imporre tale divieto in Francia e, crisi di governo permettendo, nel Regno Unito. Varrebbe la pena dire la verità: se i giovani non sono pronti è perché gli adulti non li hanno preparati. E poi perché sempre loro, gli adulti - e la politica -, non hanno saputo contrastare le derive delle piattaforme e la facilità di infiltrazione degli algoritmi. Potremmo dire altre verità, anche relative alle reali esigenze politiche (e di consenso) di quegli stessi leader. Starmer ha fatto il suo annuncio all’inizio di quella che già si sapeva sarebbe stata una delle settimane più complicate del suo mandato, con l’ombra di Andy Burnham che già stava planando su Westminster, prima ancora che su Downing Street. E Macron, che attendeva di lì a poco la visita di Donald Trump, sta semplicemente sparando le sue ultime cartucce, conscio che la Francia gli sta sfuggendo di mano.

Mi ha colpito, tornando alla questione dei social, la lettura dello sfogo, sul Guardian, di Ian Russell, presidente della Fondazione Molly Rose, dedicata al ricordo della figlia («uccisa dagli algoritmi», per dirla con le parole del padre). Lo stesso Russell scrive, di Starmer: «Invece di affrontare i problemi di sicurezza del prodotto che sono costati la vita a mia figlia, sta scegliendo una strada politicamente più facile che, come dimostrano i fatti e come avvertono gli esperti, non funzionerà e lascerà i bambini esposti a rischi continui». E poi, deluso, aggiunge: «Il primo ministro avrebbe potuto annunciare un piano di cambiamento decisivo che vietasse gli algoritmi personalizzati per gli adolescenti in tutti i settori e obbligasse le aziende tecnologiche a modificare i propri modelli di business e ad affrontare la sicurezza dei prodotti alla fonte. Invece, ha lasciato i giovani esposti ai danni causati dagli algoritmi, con un divieto che solleva più interrogativi che risposte».

Gli interrogativi sono in effetti innumerevoli, passano dai metodi di attuazione del divieto e arrivano sino alla sua reale efficacia. Il sistema di controllo dell’identità, infatti, impone che gli utenti affidino alla rete una serie di dati altamente sensibili. Il che - al netto delle rassicurazioni delle varie amministrazioni - genera un imbarazzante paradosso: diciamo di voler proteggere i nostri figli dalle piattaforme, ma offriamo alle stesse la possibilità di indagare nei loro occhi attraverso il riconoscimento facciale e nelle loro abitudini fornendo l’istoriato delle loro frequentazioni in rete. Siamo sicuri che sia la via ideale?

E siamo sicuri che possa davvero portare ai risultati sperati? I primi sondaggi riferiti alle misure messe in atto in Australia dicono chiaramente di no. Il 70% dei ragazzi toccati dal divieto avrebbe infatti ancora un proprio profilo social. E una volta sui social, questi stessi ragazzi sarebbero comunque e ancora sommersi da contenuti dannosi, tali da spingere potenzialmente al suicidio, ad atti di autolesionismo e a disturbi alimentari. Nello stesso Regno Unito, nonostante l’entrata in vigore nel 2023 dell’Online Safety Act - una legge disegnata proprio per rendere la rete più sicura, responsabilizzando le piattaforme e limitando gli algoritmi -, è recentemente emerso che la metà delle ragazze e un terzo di tutti gli adolescenti tra i 13 e i 17 anni visualizzano ogni settimana contenuti dannosi.

E allora il problema non è il divieto di utilizzo, il problema è il contenuto, è ciò che gli algoritmi propinano ai giovani, ma anche agli adulti. Da quando in qua la soluzione è l’esclusione? Da quando dire ai nostri figli «non fatelo» impedisce loro di fare tutto, di provare, di esistere, di esserci. Vale per la vita concreta, tangibile, e pure per quella digitale. Perché lo diciamo un giorno sì e l’altro pure, che molte delle risposte alle nostre esigenze future passano dalla tecnologia (e quindi dall’uso che i nostri figli ne faranno, sul piano della ricerca e dello sviluppo). La questione, piuttosto, è educarci alla vita digitale, è studiare, non scrollare. Tutto il resto è populismo, è - parafrasando di nuovo Russell - una risposta troppo veloce a un problema che andrebbe affrontato seriamente e in profondità. Hanno ragione Starmer e Macron: i nostri figli non sono pronti, ma la verità è che non lo siamo neppure noi.

In questo articolo: