Un fantasma che rimane aggrappato al Palazzo

Fino all’ultimo giorno. Fino all’ultimo franco. Claudio Zali non molla. Ma non chiamatelo più direttore del Dipartimento del territorio, bensì solo «consigliere di Stato». Seppur svuotato di ogni residua competenza. Quelle rimaste dopo che erano cadute la presidenza del Governo, nonché la responsabilità politica del settore della Magistratura e della Polizia cantonale. Le due conquiste di Zali nell’estate del 2025, quando il collegio si era piegato all’arrocchino fortemente voluto dai due leghisti in Governo. Da oggi Zali sarà una sorta di fantasma che si aggirerà a Palazzo, raggiungendo il suo ufficio al quinto piano. Un ufficio nel quale, c’è da chiedersi, chi entrerà ancora, al di là dei collaboratori e del personale di segreteria. Di certo non più i funzionari del Territorio, dirottati verso il supplente Raffaele De Rosa, designato all’inizio della legislatura, quando neppure il più ardito sceneggiatore di thriller avrebbe potuto scrivere un finale così tempestoso come quello che tutti stiamo vivendo in Ticino. Zali una volta ancora si è fatto beffe di tutto e di tutti ergendosi sul piedistallo, autoassolvendosi dal profilo penale, ma intimando pure ai quattro colleghi di Governo il «rispetto reale, e non solo a parole» della presunzione d’innocenza, in una presa di posizione trasmessa prima della conferenza stampa convocata dall’Esecutivo. Arroganza pura. E anche codardia. Zali non si presenta, non guarda nessuno negli occhi, non si confronta con chi potrebbe porgli qualche domanda scomoda, calibra da abile avvocato un testo formalmente inattaccabile dal profilo giuridico, ma che mostra più di qualche sbavatura e amnesia.
Riavvolgiamo per un momento il nastro di questa triste vicenda. Dopo che il Corriere del Ticino ha alzato il coperchio di un pentolone maleodorante, il Governo si è visto messo alle strette. A fine luglio è stato comunicato che Zali avrebbe lasciato la carica il 30 settembre. Una comunicazione con una formulazione sibillina, nella quale non è mai apparso chiaro quanto fosse stata una scelta spontanea e quanto imposta dai colleghi. Lui scrisse di suo pugno «lascerò». Aggiungendo poi «serenamente». Insomma, un gesto ritenuto spontaneo dall’interessato. Pochi giorni prima era stata avviata un’inchiesta penale a suo carico sulla vicenda del quattordicenne figlio di «una conoscente» detenuto alla Farera, con Zali indagato per abuso d’autorità e tentata coazione. Lui si è sempre proclamato innocente, eppure aveva deciso di mollare. Nel comunicato di ieri precisa che un «passo indietro» verrebbe letto «come un’ammissione di responsabilità». Ma come, avvocato Zali? Il passo indietro vero, con le dimissioni a decorrere da fine mese, lo aveva già fatto settimane fa. Se prendessimo per buono il ragionamento odierno, a fine luglio era stato autore di «un’ammissione di responsabilità?».
Zali si è lamentato del fatto che il Ministero pubblico ha reso noto pochi giorni fa all’Ufficio presidenziale del Gran Consiglio il procedimento per ipotesi di reato gravi e infamanti (atti sessuali con persone incapaci di discernimento e/o sfruttamento dello stato di bisogno o di dipendenza) a seguito di pressioni mediatiche. Ma nello stesso tempo omette di riconoscere di non averne informato i colleghi dell’Esecutivo. Gli stessi che avevano mantenuto per lui competenze inerenti al Territorio. Di fatto, una concreta attestazione di fiducia. Oggi questa è definitivamente evaporata. Lo si è capito dalle parole e dagli sguardi, in particolare di De Rosa, letteralmente piccato quando dalla sala è arrivata la domanda specifica, ma anche da parte di Norman Gobbi. E tradire la fiducia, in un gremio che ne ha sempre fatto un caposaldo, è lo sgarbo più grande. C’è da chiedersi come potranno essere le sedute plenarie nelle prossime settimane, alle quali Zali potrà recarsi senza avere alcun dossier sottobraccio, non avendone più alcuno di sua pertinenza. Non crediamo che andrà a fare il «rompiscatole» nella sala del Governo, ma ci chiediamo pure come potranno i quattro colleghi del «consigliere svuotato» discutere in sua presenza di questioni strategiche o delicate. Una situazione letteralmente imbarazzante per le Istituzioni. Va detto poi che in settembre è pure prevista una sessione del Gran Consiglio di una certa rilevanza, alla quale, a sua discrezione, potrà partecipare o meno. Di certo, essendo le questioni sul tavolo riferite ai singoli dipartimenti o al collegio per interposta presidenza, non sarà tenuto a rispondere né ad assumersi alcuna responsabilità.
Sono elementi concreti che mettono in risalto l’assurdità di questa situazione e l’egoismo manifestato dal «consigliere di Stato» che mette in imbarazzo tutti, solo per salvaguardare il proprio ego. Uno statista non si comporta come lei, Signor Zali. Uno statista distingue tra vita pubblica e vita privata. E quando la sua vita privata va a inficiare la funzione pubblica, l’uomo di Stato si fa da parte, concentra le sue forze per dimostrare la sua estraneità alle ipotesi accusatorie e non trascina l’Istituzione nella sua spirale, facendola sprofondare in una crisi solo per orgoglio personale. Questa diventa sfacciataggine, irresponsabilità e finanche incoscienza politica. Ma cosa pensa di ottenere (a parte lo stipendio pieno per l’intero mese in corso) restando aggrappato alla scrivania nel deserto del suo ufficio? Sembra di assistere a una vendetta personale, forse con l’obiettivo di farla pagare a qualcuno.
«Avvocato», come si firma nella presa di posizione, forse la Giustizia le darà anche ragione, forse si arriverà all’agognato (da lei) «decreto d’abbandono» per il procedimento più fresco, magari anche per quello del figlio quattordicenne della sua conoscente. Una brutta storia quest’ultima, nella quale lei ha esercitato reali ingerenze. A fin di bene? Senz’altro, ma per fare del bene ci sono mille modi, non quello di convocare riunioni con i vertici della Giustizia per un singolo caso. Abbiamo capito che le stava molto a cuore, e questo le fa onore, come pure la dichiarazione: «Provocatoriamente, mi sono dichiarato disponibile a un collocamento presso il mio domicilio». Provocatoriamente, ci interroghiamo: Zali lei lo farebbe per ogni minorenne coinvolto in situazioni analoghe? Resta assodato che è una vergogna di Stato detenere minorenni in un carcere per adulti. Ma questa è un’altra storia.
Alla fine, sembra di poter dire che tutti gli elementi del terribile «caso Zali», dal quale lei mira a resuscitare da vittima, mettono in fila una serie di questioni che vanno ben oltre il Codice penale, che lei conosce a menadito. C’è la legge e c’è il lato umano. Scusi la franchezza, ma per quest’ultima fattispecie, e non di poco conto, non riusciamo a trovare elementi in grado di generare comprensione nei suoi confronti. Nelle orecchie risuonano ancora le sue parole contenute in quegli sciagurati audio, che la squalificano sotto il profilo umano e fanno cadere il mito dell’uomo di Stato. Il giudice prestato alla politica, mister elezioni nell’aprile del 2015 con un record assoluto di voti: ben 83.307. Era arrivato promettendo una politica più efficace e vicina ai cittadini, giustizia ed equità per tutti, da leghista della prima ora, ma mai invischiato nelle questioni della politica e politichetta ticinese. Dotato di intelligenza, declinata in poche parole. Talvolta finanche taglienti e brillanti. Poi il suo essere introverso, chiuso, riservato, schivo e taciturno lo ha reso poco propenso al dialogo che è il sale della politica, ma che non è per forza un «difetto». Per contro, da quando si è intestardito sulla Tassa di collegamento è entrato in rotta di collisione con molti, inanellando da lì in avanti una serie di confronti accesi: dando dei «soldatini» ai detrattori del balzello sui posteggi, ironizzando sul «villaggio gallico sul Ceresio» (politicamente leghista), formula ironica per descrivere la posizione refrattaria di Lugano, in particolare nel contesto della tassa sui rifiuti, arrivando al «siete nulli!» rivolto al Gruppo UDC in Gran Consiglio di fronte al braccio di ferro sul Tram-Treno e a far stampare anche una maglietta con la scritta. Ha poi sdoganato un secco «sì» o «no» per rispondere in maniera risoluta alle interpellanze parlamentari dal pulpito. Da un certo punto di vista è stato anche innovativo nel mondo compassato paludato e ridondante del politichese. Forse, in questo senso, non ci sarà più nessuno capace di essere tanto risoluto, innovativo e, per certi versi, geniale. Ma se pensiamo alle sue frasi, poi ci vengono in mente gli scioccanti audio: quel «riempila di botte» seguito da un «io quando è venuta a casa mia l’ho pestata». E poi (bullismo o realtà?) «chiamo un mio amico di Milano che non mi tradirebbe mai neppure sotto tortura, che magari lui mi aiuta a risolvere questo problema tramite quarte o quinte persone (…) non dirmi che non ci pensi anche tu a queste cose?». Brividi e compassione. Per le donne finite in queste situazioni. Cosa resta da aggiungere? Forse chiederci: «qual è il vero Claudio Zali?». Non siamo in grado di dare una risposta, forse perché lui stesso ha sempre evitato di farsi conoscere troppo bene dagli altri. Ci terremo la domanda.
Per contro c’è qualcosa che viene da dire nel peggiore dei finali politici che si potesse immaginare. Signor Zali, questa ingloriosa uscita di scena è solo colpa sua. Anche se, come da tradizione consolidata, non si arrenderà, non si chiederà «dove ho sbagliato e perché» o magari si chiederà anche «mi devo vergognare o posso mantenere la testa alta e il petto in fuori?». Cercherà un colpevole, qualcuno a cui «farla pagare». Buona fortuna. Ma che finale squallido e inglorioso, avvocato Zali.


