Un manifesto per difendere le lingue classiche

Sarà anche vero che intelligenti pauca ma, come avrebbe obiettato una nostra fin troppo comprensiva docente del ginnasio, è indubitabile che, specialmente di questi tempi, repetita iuvant. E non a caso tiriamo in ballo due comunissime locuzioni latine. Tante volte ci siamo soffermati da queste colonne sul ruolo e sull’importanza della cultura umanistica, e delle lingue classiche in particolare, non limitandoci a metterne in luce la caratteristica culturale unica di «superfluo indispensabile», come scriveva Gaetano Salvemini, alla formazione cognitiva di ogni persona anche senza uno scopo pratico immediatamente percepibile e spendibile (come se non bastasse il ruolo fondamentale nell’ aiutare a cogliere il cambiamento della nostra epoca confusa e nel fornire le coordinate concettuali per interpretarlo). In diverse occasioni, e lo abbiamo fatto da svizzeroitaliani fieri e consapevoli di esserlo, abbiamo sottolineato anche come la cultura umanistica occidentale sia, oggi più che mai, «anche» un presidio identitario di libertà e democrazia assediati come siamo dalle facili scorciatoie dei populismi e dalle semplificazioni di tecnocrazie digitali sempre più pervasive, egemoniche e inclini a rivelarsi per quello che sono (ovvero fine ultimo, nell’interesse di pochi, e non utile strumento per migliorare il mondo di molti). Senza dimenticare che nell’attuale mondo globalizzato, e nella Svizzera plurilingue, lo studio del latino e del greco costituisce un contributo decisivo alla difesa della cultura italofona e promuove la coesione confederale nella diversità linguistica. Quando però dalle considerazioni generali che spesso trovano ampi consensi teorici e ideali si passa a considerare le condizioni concrete e pratiche in cui l’insegnamento e la trasmissione della cultura umanistica si trova a fare i conti in un tempo di rimbambimento digitale incontrollato ci si accorge presto che il nostro fazzoletto di territorio «d’anima genuinamente lombarda e di sentimento politico robustamente svizzero» non è per nulla un’isola felice e che anche in quest’ambito il modello ticinese tanto faticosamente conquistato e applicato rischia di fare una butta fine sotto la scure di riforme insensibili, superficiali e inutilmente omologanti. Anche da noi purtroppo le lingue classiche si trovano da almeno un paio di decenni di fronte ad un desolante paradosso: a dispetto di ciò che si possa pensare (o che qualcuno ha interesse a far credere) la domanda di cultura umanistica non diminuisce anche perché esistono statistiche che evidenziano come la formazione classica alleni la propensione a percorsi accademici sia universitari che politecnici. Presentano quindi alta probabilità di successo negli studi indipendentemente dalla facoltà scelta e si confermano come validissime discipline di formazione generale. Eppure, l’indebolimento strategico di queste discipline è nella pratica quotidiana evidente, anno dopo anno, con piani di studi che rendono le materie umanistiche e le lingue classiche difficilmente accessibili, poco praticabili e le privano via via di uno statuto dignitoso e di uno spazio adeguato nella griglia oraria. Un’erosione insensata di un patrimonio di conoscenza e cultura che potrebbe ora culminare in una riforma della maturità liceale a livello federale destinata a intonare il definitivo de profundis di ogni formazione umanistico letteraria proprio al liceo, vale a dire nell’ultimo baluardo di quel tipo di insegnamento e di trasmissione del sapere. Una riforma miope alla quale si oppone però con argomentazioni molto convincenti la delegazione della Svizzera italiana dell’Associazione di Cultura Classica che sta promuovendo un importante Manifesto per la formazione umanistica nelle nostre scuole (www.manifesto26.ch) al quale rimandiamo per tutti i dettagli e che ci auguriamo ottenga gli obiettivi che si prefigge. Senza cultura umanistica e senza le lingue classiche, che ne costituiscono la premessa indispensabile, non avrebbe più senso nemmeno il termine «liceo» (che trae l’etimo dal luogo alle pendici del Licabetto, ad Atene, vicino ad un santuario di Apollo Licio, dove Aristotele nel 335 a.C. aveva aperto una propria, celeberrima, scuola). Speriamo che qualcuno abbia la decenza di ricordarsene.


