Un ministro di lato, ma ormai al muro

Claudio Zali non fa passi indietro, ma di lato: per una cosiddetta «fase transitoria» non sarà più alla testa della Magistratura e della Polizia cantonale. Perderà quelle responsabilità che un anno fa aveva fortemente voluto imponendo il discusso e discutibile arrocchino con il collega di partito Norman Gobbi. Quanto questa sia una sua volontà e quanto una decisione del Consiglio di Stato riunito in seduta straordinaria appare piuttosto vago. La formulazione dello scritto dell’Esecutivo è degna del più ispirato e volutamente confuso comunicatore. Il Governo ha «auspicato e accolto la richiesta del consigliere di Stato». Sta di fatto che Zali si trova dimezzato e confrontato a una serie di situazioni da affrontare. È indagato per la vicenda della riunione per il caso del quattordicenne (figlio di una conoscente) con due gravi ipotesi di reato: abuso di autorità e tentata coazione in riferimento alla riunione convocata dallo stesso Zali con il vertice della Divisione della giustizia e la magistrata dei minorenni. Una riunione istituzionale per un caso riconducibile alla sua vita privata. Il procedimento era stato aperto nel più stretto riserbo istruttorio appena emersa pubblicamente la questione. Un comportamento inopportuno che, se sfocerà o meno in un decreto d’accusa, non è un dettaglio di poco conto. Il Governo si è espresso con prudenza sul caso e ha preso atto delle parole del presidente del collegio convinto di «non aver commesso nessuna irregolarità». Per contro il Consiglio di Stato è silente sulla carica di presidente. Appare altamente inopportuno che in questa fase continui a esercitare questa funzione pubblica. Per una semplice ed elementare questione di credibilità. Negli ultimi mesi è stata tutta un’escalation di situazioni imbarazzanti e gravi a rincorrersi. La più datata risale al 2020 con una e-mail al presidente dell’Ente ospedaliero cantonale, e suo collega di partito, Paolo Sanvido per sollecitare l’assunzione di una conoscente (la stessa donna che un paio di anni più tardi Zali esortava a «riempire di botte» una terza donna). Una missiva arrogante, invadente, inopportuna nella quale, viste le difficoltà nell’ottenere quel «piacere» terminava sollecitando l’assunzione facendole posto licenziando «uno dei frontalieri di cui è farcito (ndr. l’EOC) come un cannolo alla crema». Ministro, ma scherziamo? Ma chi crede di essere? Viene da chiedersi, dato che il nostro Paese non è governato da un regime dittatoriale, bensì da un sistema democratico del quale lei dovrebbe essere degno rappresentante.
Poi c’è la vicenda che più ha fatto discutere, gli audio che fanno venire la pelle d’oca, con il consigliere di Stato, presidente del Governo, direttore del Dipartimento del territorio, titolare della porzione riferita alla Magistratura e alla Giustizia e, infine, pure ex giudice e presidente del Tribunale penale cantonale che ribadisce la sua linea di condotta: la migliore difesa rimane sempre l’attacco. Un po’ come fa il carnefice quando fugge dalle sue responsabilità per apparire vittima, una sorta di agnello sacrificale. Mai un’assunzione di responsabilità, mai un atto di pentimento di fronte a una condotta che di umano non ha nulla. La donna che ha divulgato gli audio è da biasimare unicamente nella misura della diffusione di prove documentali ottenute in maniera illecita. La giustizia fai da te non è mai accettabile, ma l’esasperazione che emerge da quelle parole e dal tono del dialogo dell’orrore mette i brividi: lui che insiste, lei che fugge all’idea di alzare le mani nei confronti di un’altra donna presunta stalker e Zali che reitera l’invito a «riempirla di botte», ammettendo di averlo già fatto anche lui, suggerendo poi «il mio amico di Milano che non mi tradirebbe mai neppure sotto tortura» per una spedizione punitiva senza sporcarsi le mani. Ministro e avvocato Zali (come si è firmato nella missiva che promette denunce a destra e a manca), tutto questo è mostruoso. Non è degno per un uomo, men che meno per chi ricopre da anni cariche istituzionali che pongono equità e rispetto in pole position.
Il Corriere del Ticino nell’edizione di mercoledì ha deciso di spezzare il silenzio e quel velo di omertà che avvolgeva un caso e degli audio altamente compromettenti che tanti avevano sentito, ma nessuno ha mai osato parlarne prima che lo facesse la nostra testata. Poi, una volta aperta la diga, tutti leoni, tutti sapevano, avevano valutato e ponderato. Tutti i media, come pure i fake che si aggirano nel sottobosco cantonale: pavidi e intimoriti.
Ma questa è solo la cornice di una vicenda grave nella sua essenza perché vede come protagonista un uomo delle istituzioni e donne, che, come era già emerso nel processo della scorsa primavera nel quale Zali era parte lesa, vivono personali situazioni di difficoltà. La vita privata è sì privata, l’intimità tra adulti consenzienti rimane intima, ma i tentativi manipolatori non possono passare sotto silenzio. Tacere non è un comportamento onorevole, può finanche dare l’impressione della connivenza, l’atteggiamento di chiudere un occhio per quieto vivere. Nelle ultime ore si sono sommate le voci di coloro che chiedono a Zali di dimettersi, un coro che si allarga. Noi non ci accodiamo, troppo comodo, troppo facile, e sarebbe come scaricare il tutto e lavarsi la coscienza con un gesto clamoroso. La decisione se rimanere in carica nella funzione pubblica o meno deve essere in primo luogo maturata da Zali stesso, ponderata dai colleghi di Governo alla luce di quanto succederà nei prossimi giorni e seriamente valutata all’interno della Lega, partito che lo ha candidato, sostenuto e per il quale il ministro si è autoricandidato in vista delle elezioni del 2027.
Purtroppo, però, non siamo certi che Zali oggi abbia la freddezza, la lucidità e il distacco emotivo sufficienti per rendersi conto della gravità delle parole da lui proferite. Quanto avvenuto nelle ultime settimane lo testimonia. È praticamente certo che lui sapesse degli audio pubblicati essendone stato protagonista e conoscesse (ovviamente) per filo e per segno il contesto e il legame tra lui, le donne in questione, come pure quanto da lui era stato fatto o non fatto. Risulta incredibile che di fronte a tutto questo il presidente del Governo non abbia mutato i suoi comportamenti e la sua quotidianità, partendo serenamente per le vacanze come se niente fosse. Oggi attacca tutti e minaccia di denunciare Alessandro Speziali, Fiorenzo Dadò e Fabrizio Sirica rei di avergli spedito una lettera estremamente chiara, trasparente, pulita e non accusatoria: «Le chiediamo di assumere personalmente e il prima possibile un’iniziativa responsabile affinché lei chiarisca pubblicamente questa situazione». Ma cosa c’è di sbagliato e riprovevole? Al punto che lo stesso Zali, prima che la missiva diventasse di dominio pubblico, aveva deciso di ricevere e incontrare i presidenti di PLR, Centro e PS. Ci sfugge la logica del passo tra un franco confronto verbale e la denuncia penale. Ci viene da dire che è il frutto del panico e di una tremenda difficoltà. L’escalation della violenza tocca un punto che lascia attoniti quando si riferisce al «mio amico di Milano». Delle due l’una: o Zali va considerato un bullo che millanta conoscenze, oppure la situazione è ancora più pesante. Quell’amico esiste e le sue frequentazioni oltre frontiera non possono che inquietare e fare sorgere interrogativi a cascata che ognuno si potrà autonomamente porre. Brividi, brividi per come gestisce la discussione con una donna su un’altra donna. E questo anche perché il Governo di cui fa parte è al fronte per combattere la violenza domestica, le discriminazioni di genere e nel sensibilizzare sul 142, il numero telefonico nazionale unico (attivo dal 1. maggio 2026) dedicato all’aiuto alle vittime di violenza fisica, psichica o sessuale. Consigliere di Stato Zali, ma si rende conto della realtà dei fatti? Quelli che la sua Lega, ammette in un comunicato imbarazzato come mai è accaduto rispetto al baldanzoso e spesso irriverente partito al quale piace ironizzare e sbertucciare su tutto e tutti, in prima linea nel difendere sempre e comunque i suoi. Oggi però la disperazione per la situazione e il realismo è tale al punto che, seppur senza avanzare espresse «valutazioni» sul caso, Zali politicamente è da considerare al capolinea. Poi toccherà all’Assemblea, agendata il 31 luglio, esprimersi. Campane politiche che suonano a lutto per il «leghista della prima ora», «il giudice prestato alla politica», il consigliere di Stato che prometteva di «cambiare il modo di fare politica in Ticino». Ma tutto quanto abbiamo oggi sotto gli occhi non ha nulla di nobile. L’esatto contrario. Lui attende che si esprima la Giustizia e ricorre alla stessa Giustizia per denunciare chiunque si permetterà di mettere in dubbio la sua condotta.
Tre casi con un unico denominatore che ci riportano alla frase resa celebre da Agatha Christie: «Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova».


