Un prezzo che vale la pena pagare

Stiamo vivendo un momento più unico che raro, in cui la politica ticinese decide di fare politica sul serio. Senza barricate, senza slogan urlati, senza la tentazione fin troppo abituale di trasformare ogni dossier in una prova muscolare. Il compromesso raggiunto sul salario minimo appartiene a questa categoria: quella delle buone notizie, ma soprattutto delle buone pratiche. Non è ancora il traguardo, ma poco ci manca. Il passaggio in Gran Consiglio, con l’eventuale stagione del referendum e dei ricorsi rimangono tappe da percorrere. Eppure, il più è fatto. Perché il dato politico è già lì, sotto gli occhi di tutti: fronti tradizionalmente contrapposti hanno trovato una sintesi. E lo hanno fatto non per stanchezza, ma per convinzione. È questo che fa la differenza. Sia chiaro: non è stato un pranzo di gala. Le dichiarazioni dei protagonisti raccontano semmai un percorso non semplice, tecnico, perfino tortuoso. Il controprogetto è stato ancorato ad altre iniziative parlamentari, con l’iniziativa popolare originale mantenuta in vita come «airbag». Un’assicurazione sulla vita, è stato detto. E non è un’espressione casuale. Qui sta uno dei meriti principali dell’operazione: aver coniugato pragmatismo e visione. In particolare, da parte del PS, che attraverso la sua leadership di direzione ha dimostrato di saper uscire dalla comfort zone dell’opposizione identitaria. Non era scontato. Anzi. In un contesto dove la purezza ideologica viene spesso scambiata per coerenza, scegliere il compromesso espone sempre al fuoco amico. Le «cassandre» non mancano, soprattutto su quella degli ideologi che preferiscono l’irrilevanza orgogliosa alla responsabilità di governo. Ma è un prezzo che vale la pena pagare. Perché il risultato è concreto. I numeri parlano: migliaia di lavoratori beneficeranno di un aumento salariale progressivo, con un approdo tra i 21,75 e i 22,25 franchi orari. Non una cifra simbolica, ma un passo tangibile verso un salario più dignitoso. E non si tratta di astrazioni: ad essere coinvolte sono soprattutto donne, attive in settori come la ristorazione, le pulizie o la cura della persona. È lì che il compromesso mostra il suo volto più concreto: alla fine del mese, nel carrello della spesa, nella possibilità di respirare un po’. È un tangibile sostegno e la sconfitta di chi predica l’invidia sociale come unica via per ottenere qualcosa a vantaggio di chi alla fine del mese fatica più di altri. L’altra metà dell’intesa non è solamente politica, ma ha visto in campo l’economia, che sarebbe irriconoscente ignorare. Economia vera e sana, fatta di imprese che devono stare in piedi e che ha accettato di fare un passo conciliante. Certamente perché coinvolta in un processo che ha tenuto conto della sostenibilità. Il timore, espresso senza giri di parole, era che parametri troppo rigidi avrebbero finito per distruggere posti di lavoro invece di proteggerli. Anche qui, il compromesso ha funzionato: ha evitato l’eccesso, senza rinunciare all’obiettivo. D’altronde il pragmatismo impone anche di considerare la realtà: sul principio del salario minimo il popolo ticinese si è già espresso nel 2015 mostrandosi favorevole nella misura del 54,7% dei consensi. Questo non è più un tema e, riconosciamolo per onestà intellettuale, le difficoltà e i pericoli che in teoria potevano stagliarsi all’orizzonte, non si sono manifestati nella misura temuta.
Ecco allora il valore aggiunto di questa intesa: non è un punto di arrivo ideologico, ma un equilibrio dinamico. Non è la vittoria di una parte sull’altra, ma la dimostrazione che la politica può ancora essere luogo di composizione degli interessi. Persino su un tema sensibile come il salario minimo, dove le posizioni di partenza erano lontane anni luce. Naturalmente, guai a farsi illusioni. Le congiunzioni astrali favorevoli non sono la norma. Il rischio di ricorsi - magari da parte di singole aziende - esiste e potrebbe rallentare o vanificare il percorso. Ma anche qui, il dispositivo costruito tiene: se salta l’accordo, resta l’iniziativa e la parola passa al popolo. Se tutto fila liscio, si consolida una soluzione condivisa. In entrambi i casi, non si tornerà al punto zero. È questo, in fondo, il senso della «via matura»: accettare che la realtà è complessa, che le soluzioni perfette non esistono e che governare significa scegliere, mediare, costruire. Non gridare. Oggi il Ticino offre un esempio che va oltre il dossier specifico. Dimostra che la politica non è condannata alla rissa permanente. Che si può discutere, anche duramente, e poi trovare una sintesi. Che abbassare di qualche centimetro la spalla non è una resa, ma può essere un atto di intelligenza. Resta da vedere se questo sarà un episodio isolato o l’inizio di un metodo. Se sarà un fuoco di paglia o l’avvio di un filone d’oro. La prudenza è d’obbligo. Ma oggi, senza esagerare, si può dire che il Ticino ha scelto la strada giusta. E, soprattutto, il modo giusto e maturo per percorrerla.


