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L'editoriale

Una croce che non deve perdere valore

Una maggioranza schiacciante e trasversale dei «senatori», 32 contro 5, ha accolto la mozione di Fabio Regazzi per una chiara base legale che vieti di usare il simbolo rossocrociato sui prodotti progettati nella Confederazione ma realizzati in un altro Paese
Giovanni Galli
25.09.2026 06:00

La croce svizzera deve figurare solo su prodotti fabbricati in Svizzera. Il Consiglio degli Stati ha dato un segnale forte al Governo, affinché ripristini la prassi sulla protezione dei marchi in vigore fino alla scorsa primavera. Una maggioranza schiacciante e trasversale dei «senatori», 32 contro 5, ha accolto la mozione di Fabio Regazzi per una chiara base legale che vieti di usare il simbolo rossocrociato sui prodotti progettati nella Confederazione ma realizzati in un altro Paese. È una decisione importante sia per il calibro degli attori in gioco, in testa la multinazionale delle calzature ON, sia per i produttori locali che temono le conseguenze di un’erosione del valore della croce svizzera, considerata finora un vero e proprio punto di forza. Fino a pochi mesi or sono era tutto chiaro: la croce bianca in campo rosso non poteva essere applicata su prodotti realizzati in altri Paesi.  L’Istituto della proprietà intellettuale (IPI), incaricato di garantire il rispetto della legislazione nell’ambito dell’uso del marchio e della commercializzazione dei prodotti, faceva rispettare le direttive. Poi, a fine marzo, su pressione di ON, che ha il suo centro di ricerca e sviluppo in Svizzera ma produce in Asia, l’IPI ha effettuato un’inversione di marcia, da lui derubricata a «precisazione» della prassi. Fatte salve alcune limitazioni di dimensioni e posizionamento, l’uso della croce svizzera sulle scarpe è stato autorizzato, purché accompagnato dalla menzione «Swiss engineering» o «Swiss research». Una soluzione su misura, giustificata da Berna con la persistente forza del franco e i dazi statunitensi, fattori che rendevano più difficile la posizione delle aziende svizzere sul mercato globale. Di qui, è stato spiegato, l’esigenza di applicare le leggi nel modo più favorevole possibile alle imprese. La decisione ha subito innescato la reazione del settore delle piccole e medie imprese. Roberto Martullo, proprietario del marchio di scarpe Künzli, ha annunciato un’azione legale. L’USAM ha protestato ed è intervenuta a Berna tramite i suoi rappresentanti per chiedere di fare retromarcia. Il Consiglio federale, però, si è opposto, limitandosi a lasciare aperta la strada a una soluzione giudiziaria.  Motivo: anche la ricerca e lo sviluppo sono pilastri dell’economia. Le imprese svizzere a livello internazionale hanno un legittimo interesse a richiamare l’attenzione sulla «Swissness» per le attività da loro svolte in Svizzera. Lo scopo è anche di far sì che le aziende straniere decidano di insediare in Svizzera le loro attività di ricerca e sviluppo, creando così posti di lavoro.

Ma il Consiglio federale ha fatto i conti senza l’oste, finendo per sbattere contro un muro di resistenze.  Le ragioni della protesta sono comprensibili. Innanzitutto, la preoccupazione per lo snaturamento della croce svizzera, finora considerata sinonimo di qualità, precisione e affidabilità. Applicandola a realtà produttive che non hanno nulla a che vedere con la Svizzera la si riduce a mero strumento di marketing. La diffusione rischia di diventare banalizzazione. Per chi produce in Svizzera e non ha né i mezzi né la volontà di trasferirsi all’estero, viene meno un importante vantaggio territoriale, in un contesto in cui deve già misurarsi con costi salariali e di formazione più alti e la forza del franco. In secondo luogo, il via libera alla croce svizzera su prodotti fabbricati all’estero – ormai nota come «Lex ON» – può essere un incentivo alle delocalizzazioni, con relativa perdita di posti di lavoro nella Confederazione. La recente decisione del fabbricante di calzature sangallese Kybun di trasferire parte della produzione in Italia è un cattivo segno. La nuova prassi introdotta dall’IPI potrebbe anche diventare un pretesto per giustificare trasferimenti già decisi. In terzo luogo,   c’è il rischio di un’applicazione incontrollata. Un conto è mantenere la porta aperta alle aziende attive a livello globale: è giusto valorizzare ricerca e progettazione, purché non si snaturi il significato della croce svizzera. Un’altra cosa è  dare a chiunque crei un centro di progettazione in Svizzera e produca all’estero la possibilità di fregiarsi del simbolo rossocrociato. I timori di uno svilimento del marchio sono quindi più giustificati. C’è poi un altro aspetto problematico legato alle possibili delocalizzazioni e che non riguarda solo gli impieghi.  Come hanno fatto notare ieri a Berna lo stesso Regazzi e l’altro giorno sul Tages-Anzeiger Nabil Francis, CEO di Felco (produttore romando di forbici e utensili), la perdita di competenze produttive può anche mettere a rischio ricerca e innovazione. Resta l’interrogativo posto in aula da Pierre-Yves Maillard, presidente dell’USS: come sia possibile che lo stesso Stato vieti alla Nazionale di hockey di utilizzare la bandiera svizzera ma lo consenta a una fabbrica di scarpe all’estero.