Una riforma che aveva un peccato originale

Il referendum costituzionale italiano sulla giustizia, o meglio sulla magistratura, ha visto la netta vittoria del no. La bocciatura si spiega però con ragioni assai distanti dal quesito referendario, peraltro piuttosto complicato, sulla separazione delle carriere dei giudici e sulla riforma del loro organo di controllo. Una campagna così aspra, dura, a volte con toni violenti, da una parte e dall’altra, ha finito per trasformare il voto confermativo di un processo di revisione costituzionale in un test sul governo in carica. Giorgia Meloni era inizialmente refrattaria a metterci la faccia (c’era l’esempio della sconfitta con dimissioni di Matteo Renzi in un’altra revisione della Carta, nel 2016) ma si è poi generosamente impegnata a sostegno del sì, aumentando però il rischio politico della consultazione. La presidente del Consiglio italiana non si dimetterà ma l’esecutivo è meno forte dopo quattro anni di indubbia stabilità. La maggioranza, poi, è divisa tra chi si è speso di più e chi meno (la Lega per esempio).
La riforma è apparsa, alla fine, al di là delle migliori intenzioni dei promotori, come un regolamento di conti tra politica e magistratura. Uno scontro, carico di rancori e sospetti, che ha moltiplicato i timori sugli ipotetici effetti negativi nel delicato equilibrio dei poteri di uno stato di diritto. Si sarebbero cambiati sette articoli della Costituzione. La doppia votazione alla Camera e al Senato era avvenuta sulla base di un testo blindato della maggioranza. Senza una vera discussione. Le riforme costituzionali dovrebbero avvenire con il massimo consenso possibile, non in seguito alla pervicace azione di una parte senza ascoltare le ragioni dell’altra. Era questo il peccato originale della riforma. La maggioranza dei votanti l’ha respinta, pur riconoscendo - a detta di molti votanti per il no - i limiti e gli errori di una magistratura spesso autoreferenziale e corporativa.
La partecipazione al voto ha sorpreso tutti. È andato alle urne oltre il 58 per cento degli elettori. Un’affluenza vicina a quella (63 per cento) delle elezioni del 2022, vinte dal centrodestra. E questo particolare, oltre ad essere un segnale confortante per una democrazia rappresentativa, ha ulteriormente accresciuto il significato politico generale del risultato. L’opposizione esulta. Ma commetterebbe un errore a considerare il successo un patrimonio di consenso acquisito, un’anticipazione delle elezioni politiche del 2027. Tra l’altro alcune sue espressioni più moderate e centriste si erano espresse per il sì. Il centrodestra, al contrario, non aveva registrato alcuna defezione.
La riforma non è piaciuta soprattutto ai giovani. Il sì ha vinto in Lombardia, in Veneto e Friuli-Venezia Giulia, ma non nelle grandi città. Decisamente per il no tutto il Sud. La revisione costituzionale non si proponeva di migliorare, se non come conseguenza a medio termine, l’efficienza della giustizia. E forse questo è stato un altro serio limite della riforma bocciata. C’era invece un ragionevole progetto di separare le carriere di chi indaga e di chi giudica, nel tentativo di contrastare il peso di tante correnti della magistratura e di realizzare una parità tra accusa e difesa. Ma lo si è fatto nel modo peggiore rivelando fin da subito altre intenzioni, tutte politiche, intrise di uno spirito rivendicativo nei confronti di una magistratura non esente da colpe ed errori. A questo punto una riforma della giustizia, e non della magistratura come quella respinta dagli elettori, pur necessaria, scompare dall’orizzonte politico italiano.


