L'editoriale

Venti gelidi sull'autunno dell'economia svizzera

Tra dazi, debolezza industriale e prospettive incerte, dovute soprattutto ai dazi, la Svizzera è alle prese con un probabile rallentamento congiunturale che rischia di trasformarsi in stagnazione
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Generoso Chiaradonna
29.08.2025 06:00

L’economia svizzera sta dando segnali chiari: la fase di crescita, ancorché al di sotto del potenziale e a cui ci eravamo abituati è ormai un ricordo. I dati diffusi dalla Segreteria di Stato dell’economia (Seco) parlano da soli: nel secondo trimestre il Prodotto interno lordo (PIL) è avanzato di appena lo 0,1%, ben al di sotto dello 0,7% registrato nei primi tre mesi dell’anno. Numeri modesti, certo, ma soprattutto sintomatici di un rallentamento strutturale che non può essere liquidato come semplice fisiologia congiunturale. È qualcosa di più e può essere considerato anticipatore di quello che si prospetta un autunno freddo dal punto di vita economico.

A pesare, più di ogni altra cosa, è il settore industriale. La chimico-farmaceutica - per decenni motore delle esportazioni - ha segnato una contrazione del 4,8%, trascinata in basso dal calo dell’export. Non è un dato isolato: anche il manifatturiero ha perso terreno (-2,4%), così come le costruzioni e gli investimenti in beni strumentali. Siamo di fronte a una catena che si indebolisce proprio negli anelli che storicamente hanno garantito alla Svizzera competitività e resilienza. L’effetto dazi statunitensi al 39% su una parte importante delle esportazioni svizzere non è però ancora contemplato in questi dati, se non per il fatto che molti clienti oltre Atlantico hanno anticipato gli acquisti nella prima parte dell’anno spinti proprio dal cercare di anticipare l’entrata in vigore delle tariffe doganali.

A fare da contraltare a queste ombre, alcune flebili luci: la domanda interna tiene, seppur timidamente, con i consumi privati in lieve crescita e un settore pubblico che spinge più della media storica. Turismo, ristorazione e commercio mostrano dinamismo, segno che il tessuto dei servizi riesce ancora a trainare. Ma è sufficiente? Difficile dirlo, perché i comparti in salute non compensano del tutto le difficoltà industriali.

Le prospettive non sono incoraggianti. Già a giugno la Seco stimava una crescita inferiore alla media storica, ma l’introduzione dei dazi del 39% da parte dell’amministrazione Trump ha peggiorato ulteriormente lo scenario. Ora le previsioni parlano di un +1,2% nel 2025 e di appena +0,8% nel 2026, dati comunque ottimistici. Non si tratta di recessione conclamata, ma di un rallentamento che, se protratto nel tempo, rischia di erodere competitività, redditi e fiducia di imprese e famiglie. Il brusco calo dell’indicatore della fiducia ad agosto, calcolato da UBS, è un segnale premonitore di quello che potrebbe accadere nei prossimi mesi, qualora dal fronte negoziale (tra Svizzera e Stati Uniti il ​​canale diplomatico è ancora aperto e potrebbe portare a un accordo entro ottobre) non dovessero giungere notizie positive. Sempre secondo UBS, se le tariffe rimanessero a questi livelli, il PIL svizzero rischia di perdere fino a 0,4 punti percentuali nel 2025 e fino allo 0,4% dell’occupazione potrebbe essere messa a rischio. A settembre, inoltre, si riuniranno i vertici delle principali banche centrali, a cominciare dalla BCE per l’eurozona l’11, anch’essa coinvolta nella questione dei dazi americani; seguirà la Federal Reserve il 17, che è alle prese con un braccio di ferro istituzionale senza precedenti con Donald Trump per riaffermare la propria indipendenza dal governo e infine la BNS il 25. Saranno l’occasione per capire meglio cosa aspettarsi dal punto di vista macroeconomico.

La Svizzera non è mai stata estranea alle sfide globali: anzi, ha costruito la sua prosperità proprio sulla capacità di adattarsi e innovare. Ma questa volta la sfida è duplice: da un lato le tensioni commerciali internazionali, dall’altro la necessità di non dipendere in maniera eccessiva da pochi settori trainanti. Diversificare i mercati di sbocco, investire in nuovi ambiti, sostenere l’innovazione e preservare i livelli occupazionali: sono queste le leve che possono impedire che l’attuale rallentamento diventi stagnazione o qualcosa di peggio.

Il 16 ottobre la Seco diffonderà altre previsioni, frutto di un aggiornamento metodologico importante. Anche questo sarà un momento di verità.

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