Estival, un premio alla carriera che chiude un'epoca

L’assegnazione, stasera, del «Premio alla Carriera - Corriere del Ticino» al fondatore e ormai ex direttore artistico di Estival Jazz Jacky Marti, è un momento storico per la musica e la cultura ticinese. È infatti il meritato omaggio a quel giovane ed entusiasta visionario che, quasi mezzo secolo fa, assieme a un amico (Andreas Wyden) ideò la rassegna, raccogliendo l’eredità di quel «Lugano Jazz Festival» creato da Flavio Ambrosetti agli albori degli anni Sessanta che la coppia trasformò da evento sostanzialmente elitario (il «vecchio» festival si svolgeva infatti nell’ormai scomparso Teatro Apollo - oggi Casinò di Lugano) in una manifestazione di piazza di successo e qualità. Il tutto grazie a un paio di riuscite intuizioni: in primo luogo l’accesso gratuito che permetteva a chiunque di assistere, senza alcun impegno economico, a concerti di artisti importanti ma sovente poco conosciuti dalle masse e che, nel contempo, consentiva agli organizzatori di «scommettere» su innovative ma avanguardistiche proposte alle quali il pubblico mai si sarebbe accostato dovendo pagare un biglietto; la seconda fu il coinvolgimento diretto dell’ente radiotelevisivo di Stato, la RSI, che trasmettendo radiofonicamente e televisivamente i concerti, garantiva loro un’ampia visibilità di cui beneficiavano in egual misura gli artisti che avevano modo di ampliare le loro platee e - cosa fondamentale - gli sponsor che grazie a Estival potevano veicolare i loro marchi su importanti media. Due intuizioni che, unite alla curiosità e alla competenza del team organizzatore, ha permesso a Estival in breve tempo di trasformarsi da evento regionale in preziosa e luccicante passerella internazionale per il jazz in primis, ma anche per generi ad esso affini (ad esempio la «world music») che hanno potuto così ampliare il loro raggio d’azione e diventare «mainstream».
Ma l’assegnazione del «Premio alla Carriera» a Jacky Marti, che coincide con la sua definitiva uscita dalla kermesse, segna anche il definitivo tramonto della filosofia che fino a ieri, grazie ai suoi fondatori, Estival ha seguito: ossia che la musica non è solo divertimento, bensì un prezioso elemento di crescita culturale, un mezzo per incrementare l’interscambio tra le culture e la pacifica convivenza. E che, in quanto tale, deve essere a disposizione di tutti. «I concerti che proponiamo non sono gratis», spiegavano i responsabili di Estival a chi contestava loro la scelta della sua libera fruizione. «Semplicemente noi facciamo in modo che il biglietto d’ingresso lo paghi qualcun altro». Ossia enti pubblici, sponsor, sostenitori che condividevano la visione «sociale» della rassegna. Visione che oggi non sembra più essere condivisa dagli sponsor che, è vero, forse numericamente si sono ridotti ma che in generale si ha l’impressione abbiano rinunciato al mecenatismo del passato a favore di politiche di sostegno applicate unicamente con criteri utilitaristici. E neppure dagli enti pubblici di ogni tipo sempre più guidati da politiche che, spesso, considerano gli interventi e gli investimenti nel settore culturale e dell’intrattenimento alla stregua di normali operazioni finanziario-economiche che devono quadrare contabilmente. E in entrambi i casi, non si tratta certamente di un passo in avanti.
