Guerra, pace e neutralità

Guerra e neutralità sono due gemelle separate alla nascita. Figlie della stessa madre, con il rischio che la prima sopprima la seconda, ma pur sempre sorelle. Senza guerra, la neutralità non ha ragione d’essere. Virtù dei deboli, mal sopportata dai forti, la neutralità è per gli Stati una seconda scelta. Pur opzione di ripiego, meno pericolosa della sorella maggiore, la neutralità comporta comunque rischi considerevoli, perché poggia su due condizioni difficili da conciliare: da un lato, la capacità dello Stato di difenderla; dall’altro, la disponibilità delle potenze e, più in generale, del sistema internazionale a riconoscerla e rispettarla.
Far quadrare questo cerchio è un’impresa quasi impossibile. La neutralità «armata», che prepara il paese alla guerra dotandolo di un esercito capace di dissuadere un’invasione, appare a prima vista la dimensione più importante e semplice da realizzare. Meno visibile, ma non meno decisiva, è invece la politica volta a far riconoscere e rispettare la neutralità sul piano internazionale. È un esercizio che richiede una continua capacità di adattamento e impone scelte difficili. Nel 1815, ad esempio, per ottenere dalle potenze riunite a Vienna il riconoscimento della propria «neutralità perpetua», la Confederazione deve paradossalmente rinunciarvi un’ultima volta. A tre secoli da Marignano partecipa infatti alla guerra, attaccando con 20.000 uomini la Francia di Napoleone, già sconfitto a Waterloo, per offrire alla coalizione vincitrice una prova della propria solidarietà. Disastrosa sul piano militare, la spedizione dà tuttavia i suoi frutti su quello politico: avendo dimostrato di «saper fare grandi sacrifici al bene generale», il 20 novembre 1815 la Svizzera ottiene dalle potenze il riconoscimento della propria «neutralità e inviolabilità».
La storia del Novecento ha modificato in modo profondo l’equilibrio tra queste due dimensioni della neutralità. Le guerre mondiali hanno dimostrato che, in caso di conflitto, la Svizzera, anche quando riesce a preservare formalmente la neutralità, rimane esposta a pressioni politiche, economiche e militari tali da mettere seriamente in pericolo la sua stessa esistenza. Nell’era nucleare, inoltre, la dissuasione militare non può più offrire da sola una protezione sufficiente. La politica di neutralità ha quindi cessato di privilegiare il modo in cui la Confederazione si comporta in caso di conflitto, ma ha assunto una funzione preventiva con lo scopo di evitare lo scoppio di una guerra e di salvaguardare un ordine fondato sul diritto.
Si è cercato, insomma, di sciogliere il legame tra neutralità e guerra per stringerne uno nuovo tra neutralità e pace. In quest’ottica, la storia elvetica dell’ultimo secolo può essere letta come il tentativo di proteggere l’indipendenza mediante una rete sempre più fitta di norme, garanzie e istituzioni internazionali. Le Convenzioni dell’Aia del 1907 codificano i diritti e i doveri degli Stati neutrali; la Dichiarazione di Londra del 1920 concilia la neutralità con l’appartenenza alla Società delle Nazioni. Dopo il trauma della Seconda guerra mondiale, la Svizzera - pur con molta prudenza - prosegue su questa strada, partecipando alla fondazione dell’OCSE, entrando nel Consiglio d’Europa nel 1963 e ratificando nel 1974 la Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Nel 1975 sottoscrive l’Atto finale di Helsinki e prende parte alla Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa, divenuta in seguito l’OSCE. L’adesione all’ONU nel 2002 ha completato questa progressiva integrazione in un ordine internazionale fondato su regole condivise. A questa rete appartengono anche i rapporti con l’Unione europea. A partire dall’accordo di libero scambio del 1972, la via bilaterale ha creato uno spazio di cooperazione, certezza giuridica e interdipendenza che contribuisce alla prosperità e alla stabilità della Svizzera. Pur senza appartenere all’Unione, la Confederazione non può pensare la propria sicurezza in modo separato da quella del continente nel quale si trova. La libertà di riprendere le sanzioni europee non limita la sovranità; è l’esercizio della sovranità.
L’iniziativa sulla neutralità in votazione il 27 settembre 2026 vuole interrompere questo percorso. Mentre proclama di voler rafforzare la sovranità della Svizzera, sottrae al Consiglio federale proprio uno degli strumenti che gli permettono di esercitarla: la facoltà di decidere, secondo gli interessi del paese e le circostanze del momento, se associarsi alle sanzioni non militari dei suoi principali partner.
Come giustamente osserva lo storico Marco Jorio nel suo più recente saggio, limitare le sanzioni a quelle decise dall’ONU non significa restituire alla Svizzera la sua sovranità, ma subordinare la sua libertà d’azione alle cinque potenze che, grazie al diritto di veto nel Consiglio di sicurezza, possono impedire qualsiasi decisione. Sarebbero Washington, Mosca, Pechino, Londra e Parigi a stabilire, di fatto, quando la Confederazione può reagire a una violazione del diritto internazionale e quando deve invece rimanere inerte. L’iniziativa pretende così di difendere l’indipendenza svizzera, ma le sottrae il diritto di decidere in modo autonomo. Vuole forse riportarci al 1815? Due secoli fa quel riconoscimento fu necessario per assicurare l’esistenza di uno Stato ancora fragile. Rinunciare alla nostra libertà d’azione non sarebbe neutralità, ma un ritorno alla tutela di potenze oggi più che mai ciniche e irresponsabili.

