Hollywood non è terra di Trump

La Notte degli Oscar è, da quasi un secolo a questa parte, l’occasione per l’industria cinematografica americana di premiare se stessa ma anche il momento di maggior visibilità mediatica per un mondo che negli ultimi anni ha vissuto cambiamenti strutturali fondamentali con l’avvento delle piattaforme di streaming e il conseguente calo di affluenza nelle sale. La Hollywood di oggi non è ormai più solo quella degli Studios ma è stata «infiltrata» da alcuni dei maggiori marchi della Big Tech (come Apple o Amazon) che si sono trasformati in produttori di contenuti audiovisivi per i propri canali digitali di distribuzione. Questi colossi finanziari, per lo più stretti alleati dell’attuale amministrazione repubblicana, non sembrano però ancora aver preso il controllo di Hollywood. Al contrario. Basti dire che i due film presentatisi agli Oscar 2026 con il maggior numero di candidature, e che alla fine si sono portati a casa il maggior numero di statuette, raccontano l’uno di incursioni particolarmente violente da parte di corpi speciali delle forze dell’ordine governative nelle città-santuario dove gli immigrati clandestini possono vivere indisturbati, e l’altro del tentativo da parte di un gruppo di giovani afroamericani di emanciparsi dal dominio dei bianchi in uno Stato del sud degli Stati Uniti. Temi affrontati da un punto di vista totalmente opposto rispetto alla narrazione propagandata in proposito da Donald Trump e dai suoi accoliti. E conta poco il fatto che né l’uno (Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson) né l’altro (I peccatori di Ryan Coogler) si svolgano nel presente o che la loro produzione abbia preso il via prima dell’inizio del secondo mandato dell’attuale presidente. Anzi, le ambientazioni «d’epoca» non fanno che mettere ulteriormente in luce il loro rapporto con l’attualità, legato alle incursioni dell’ICE a Minneapolis o al rafforzamento a tutti i livelli del suprematismo bianco.
Venendo ai verdetti dell’Academy svelati durante la cerimonia di domenica notte, è difficile formulare delle critiche sostanziali. Aver attribuito tre Oscar «personali» a Paul Thomas Anderson (miglior film, miglior regia e migliore sceneggiatura non originale) non è solo la giusta ricompensa per un’opera travolgente, coraggiosa e visionaria come Una battaglia dopo l’altra, ma anche una sorta di riparazione per aver ignorato in passato altre importanti opere del regista californiano. Tra il 1998 e il 2022, PTA (come amano chiamarlo i suoi fan) aveva infatti già collezionato undici candidature con sei film diversi nelle tre categorie che ora lo hanno visto trionfare. A 55 anni, Anderson ottiene così anche la consacrazione dell’Academy nei confronti di un ex enfant prodige capace di girare prima dei 30 anni due capolavori come Boogie Nights e Magnolia. Nel suo caso non bisogna dimenticare neppure la fondamentale importanza del lavoro di casting, premiato a partire da quest’anno con una statuetta. In questo ambito il film di PTA poteva contare su ben quattro candidati: Leonardo DiCaprio, Benicio del Toro, Teyana Taylor e Sean Penn. Solo quest’ultimo è stato incoronato (più che meritatamente) tra i non protagonisti, ma l’intera squadra attoriale del film era davvero impagabile. Dal canto suo, Ryan Coogler – che di anni ne ha solo 39 e può essere pure considerato un enfant prodige visto che ha girato il suo primo lungometraggio all’età di 27 anni ed è già al quinto – conquista il suo primo Oscar per la sceneggiatura originale de I peccatori, confermandosi come un autore assolutamente fuori dagli schemi, sempre imprevedibile e sorprendente. Si potrebbe azzardare un parallelismo con Quentin Tarantino, anche se il regista di Black Panther è meno cinefilo ma sa valorizzare altri elementi filmici, come la musica blues nel caso della sua ultima opera. Infine, nulla da obiettare nemmeno sulle decisioni dell’Academy di premiare Jessie Buckley quale migliore attrice per Hamnet e Sentimental Value di Joachim Trier quale miglior film internazionale.


