Il carovita e il prezzo della corruzione

Alle presidenziali del 2024 erano il prezzo del bacon e quello delle uova. Poi il carovita è tornato protagonista nella campagna per il sindaco di New York. Oggi, a pochi giorni dalle elezioni di metà mandato, a catalizzare l’attenzione è soprattutto la benzina. Negli Stati Uniti un gallone costa in media 4,27 dollari, contro poco più di tre un anno fa. Cambiano i prodotti simbolo, ma non la domanda degli elettori: perché arrivare alla fine del mese continua a essere così difficile?
Eppure, nel complesso, l’economia americana continua a crescere: nel secondo trimestre il PIL è aumentato del 2,2% su base annua. Una contraddizione soltanto apparente, di cui era già stato vittima Joe Biden. Durante la sua presidenza, gli USA avevano registrato una crescita economica robusta e livelli di disoccupazione storicamente bassi. Ma questi risultati non erano bastati a convincere gli elettori, alle prese con l’aumento dei prezzi di beni e servizi. Anche quando l’inflazione aveva cominciato a rallentare, il costo della vita era rimasto elevato. Nel 2024 Trump aveva beneficiato proprio di questo malcontento, promettendo di riportare i prezzi sotto controllo. Oggi, però, è lui a dover rispondere delle difficoltà economiche degli americani. Secondo un sondaggio AP-NORC di ottobre, il 65% attribuisce alle sue politiche i prezzi elevati, mentre il 69% ritiene che la sua gestione del caro vita sia stata peggiore delle aspettative.
I democratici stanno tentando di sfruttare questo malcontento andando oltre la semplice accusa di non aver mantenuto le promesse. Nella fase finale della campagna stanno legando il carovita alla corruzione, presentandoli come due facce dello stesso problema: mentre le famiglie faticano a pagare spesa, benzina e assicurazioni sanitarie, chi dispone del potere politico sarebbe impegnato a favorire sé stesso e i propri finanziatori. Il messaggio non è soltanto che il governo non risolve i problemi economici, ma che le sue priorità sono rivolte altrove.
Le accuse riguardano, tra l’altro, gli affari della famiglia Trump nel settore delle criptovalute e i rapporti tra decisioni pubbliche e interessi privati. La Casa Bianca respinge le contestazioni, rivendicando invece il proprio impegno contro sprechi e frodi. Ma la strategia democratica sta trovando terreno fertile: secondo un sondaggio Financial Times, il 69% degli elettori registrati si dichiara preoccupato per corruzione, conflitti d’interesse e arricchimento personale nell’amministrazione.
Il collegamento tra corruzione e caro vita non è scontato. Un conflitto d’interessi non implica automaticamente una benzina più cara. È piuttosto una battaglia sul modo in cui gli elettori interpretano le proprie difficoltà. Un rincaro può essere percepito come conseguenza inevitabile di eventi internazionali, oppure come il sintomo di un sistema politico che tutela gli interessi dei più forti. In questo secondo racconto, la corruzione smette di essere una questione astratta di etica pubblica e diventa, invece, un problema che riguarda il portafoglio.
Resta da vedere se questa narrazione riuscirà a convincere anche gli elettori meno legati ai democratici. Gli americani non attribuiscono tutti le stesse responsabilità al presidente e interpretano l’economia anche attraverso la propria identità partitica. Ma il tentativo è politicamente significativo: i democratici cercano di trasformare la protesta contro i prezzi in una critica più generale a chi detiene il potere. Alle urne, non si discuterà soltanto di quanto costa vivere negli Stati Uniti, ma anche di chi paga il conto e di chi ne trae vantaggio.


