Il cerchio della vita

Un po’ perché la volta scorsa ci eravamo lasciati con memorie nefaste, un po’ perché in famiglia siamo recentemente aumentati di numero (Lucia, nata il 13 luglio), non mi dispiaceva l’idea di compensare il triangolo della morte disegnato dai vertici di Foce, Bertaccio e San Martino con un bel cerchio della vita. La figura geometrica è quasi inevitabile: non solo perché nascita e morte si inscrivono da sempre in una dinamica di circolarità, ma anche perché in passato nascere era un’attività diffusa e capillare, estesa quanto numerose erano le case nelle quali avveniva quasi una volta all’anno. Prima infatti che si inaugurasse la moderna epoca di cliniche e ospedali, la nascita era un fatto talmente spontaneo da non assurgere agli onori di cronaca. Un fatto, naturalmente, per sole donne (partorienti, levatrici, madri, sorelle, magari qualche serva di casa, per chi poteva permetterselo) e che implicava gli esseri umani di sesso maschile soltanto in un secondo momento. Alla mascolinità del nascituro, per convenzioni e ragioni giuridiche o sociali, si guardava con un’enfasi che pare eccessiva se considerata con gli occhi di oggi (ditelo a me, che ho solo femmine e ne sono del tutto entusiasta). Comunque sia, in ogni casa la nascita era più una routine che una festa, non da ultimo per quell’apprensione silenziosa che saggiamente si imponeva in una società caratterizzata da un tasso di mortalità infantile prossimo al 30% - con oscillazioni minime ai vari livelli della scala sociale, perché la speranza di vita alla nascita non variava troppo tra i palazzi della famiglia Riva o le abitazioni più sofferte del Sassello. Nonostante questo, il rapporto tra le nascite e le morti era, nella Lugano d’Ancien Régime, decisamente sbilanciato in favore del primo termine, con una dinamica diametralmente opposta a quella di oggi, in tempi di gravissimo inverno demografico. In due secoli siamo passati infatti da una media di 6.4 figli per donna, ancora all’inizio dell’Ottocento, a poco più di tre all’inizio del Novecento fino ai tassi odierni dell’1.14, con un’impressionante accelerazione negli ultimi anni: in un decennio le nascite luganesi si sono ridotte di un terzo, e il trend non accenna a migliorare. Si nasce meno ma si nasce (e vive) meglio, potrebbe obiettare qualcuno, e avrebbe ragione. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento anche Lugano ha conosciuto non solo lo sviluppo delle prime strutture moderne dedicate a neonati e partorienti (dal nuovo Ospedale comunale alla Clinica Sant’Anna di Sorengo fino alla Casa Santa Elisabetta) ma anche una vasta campagna di sensibilizzazione su temi igienici e sanitari, con la creazione di nidi d’infanzia, consultori neonatali e dispensari per lattanti. L’impressione è che, tra il 1850 e il 1950, un’intera società si sia mossa per favorire la tutela dell’infanzia e in generale il buon andamento sanitario - e perciò demografico - della popolazione. E quanto importante fosse l’igiene attorno alla nascita bisognerebbe chiederlo a Luigi Mangiagalli, guru della ginecologia milanese tra i due secoli, che salvò decine di migliaia di vite soltanto imponendo al personale degli ospedali di lavarsi più spesso le mani. A fronte dei grandi sforzi del passato balzano all’occhio, purtroppo, alcune carenze odierne, e specie quelle sui fronti della conciliabilità lavoro/famiglia o degli incentivi economici e strutturali in favore della prima infanzia. Se consideriamo asili nido e mense scolastiche Lugano non è, spiace dirlo, una città del XXI secolo; e questo non solo a confronto dei sempre virtuosi Paesi del Nord Europa, ma anche della più vicina e fragile Lombardia. Uno sforzo in questo senso, un segnale forte di sostegno alla vita, andrà fatto nei prossimi anni, per non tornare a trasformare il cerchio in triangolo, lasciando più spazio alla morte rispetto alla vita.


