Il coraggio di allora, l’America di oggi

Non è passato un quarto di secolo ma un’intera era geopolitica. Nel 2001, quando i terroristi di Al Qaeda fecero crollare le Torri Gemelle causando quasi tremila morti, un’America colpita al cuore seppe reagire, unita in un corpo solo, con coraggio e determinazione. L’Occidente si strinse intorno alla sua democrazia più potente ma anche più ammirata. Una guida sicura. Il terrorismo islamico, seppur ingigantito dalla sciagurata guerra in Iraq del 2003, oltre che dalla fallimentare azione in Afghanistan, venne poi battuto.
Oggi se accadesse ancora una volta, Dio non voglia, una tragedia del genere, temiamo che un’America dilaniata da divisioni e sospetti non saprebbe ritrovare quell’unità così dignitosa e orgogliosa. O se la ritrovasse non avrebbe più quella carica morale e ideale che, ancora oggi, ci emoziona e ci commuove. Il 61 per cento degli americani, secondo un sondaggio Pew Reasearch Center, teme più l’estremismo interno. L’Occidente è poi un concetto sfumato, forse non esiste più, frantumato dall’isolazionismo della stagione sovranista, dal divorzio con l’Europa.
Oggi non riusciremmo più a dire: «Siamo tutti americani». Semplicemente perché non sarebbe credibile come invece lo fu, con un straordinario afflato solidale, allora. Avrebbe un’aria posticcia, di circostanza, Paradossalmente, ma sentiamo un certo tremore a dirlo, la fortezza americana e insieme la civiltà occidentale che vennero brutalmente attaccate l’11 settembre del 2001, sono più deboli ed esposte. E purtroppo non tanto consapevoli di esserlo. Perché la memoria, anche quella dell’11 settembre del 2001, è labile.
Allora si scoprì che gli allarmi erano stati colpevolmente trascurati. Pochi mesi prima dell’attacco alle Torri Gemelle, si era svolto poco distante, a Foley Square, alla Corte federale, il processo contro Osama Bin Laden. La trama di quello che sarebbe successo era già chiara. C’erano già stati, il 7 agosto del 1998, gli attentati alle ambasciate americane in Kenya e Tanzania (224 morti). Il pericolo venne colpevolmente sottovalutato. Bin Laden poteva essere eliminato, ma si decise di non farlo.
Allontaniamo per un attimo questo pensiero distopico per ritrovare, nella memoria di quei giorni, la limpidezza esemplare e civile di alcuni significativi esempi personali. Rudolph Giuliani è attualmente una figura contestata, screditata, persino costretta al fallimento personale. Pochi ricordano il suo titanico coraggio come sindaco di New York. Sembrava allora leggendario. Oggi è il sosia sbiadito di se stesso. La malattia di cui soffre però è conseguenza dei veleni respirati nei soccorsi a Ground Zero. E sono ancora 145 mila i pazienti iscritti al World Trade Center Health Program, di cui 57 mila ammalati di tumore. Il ministro del Commercio, Howard Lutnick, è il falco dell’aggressiva politica tariffaria dell’amministrazione Trump. Si dimentica che fu il fondatore della Cantor Fitzgerald, la società finanziaria nei cui uffici, tra il centunesimo e il centocinquesimo piano nella torre Nord morirono 658 dei 960 dipendenti. Lutnick si è curato, con generosità assoluta, dei destini delle famiglie superstiti. Le vite delle persone andrebbero giudicate nella loro interezza. E forse anche il giudizio che abbiamo verso i Paesi, la loro storia, il loro contributo alla civiltà non dovrebbe essere condizionato dall’attualità più stringente.
Pensando, con intensità e partecipazione, all’11 settembre del 2001, le ragioni per amare l’America che amiamo non sono cambiate. E speriamo che la storia sia maestra. Ancora una volta. Per loro e per noi.


