Il futuro di Kiev è comunque avvolto dalla nebbia

Elezioni presidenziali e referendum sulla pace entro maggio. L’Ucraina smentisce o, meglio, ridimensiona questa ipotesi. Ma il fatto stesso che Volodymyr Zelensky sia tornato a parlarne, la dice lunga in merito alle intenzioni e alla volontà dell’Ucraina di trovare un accordo per una pace che possa essere giusta e duratura. Da un altro punto di vista, è evidente la forzatura a cui sarebbe obbligata se davvero decidesse di andare in questa direzione. Non a caso, lo stesso Zelensky, secondo quanto riportato ieri dal Financial Times, avrebbe sottolineato proprio questo elemento, ovvero le pressioni americane per elezioni rapide. Solo così, infatti, Kiev potrebbe ottenere garanzie di sicurezza con il coinvolgimento (diretto o indiretto che sia) degli Stati Uniti. Già venerdì, dopo il secondo round negoziale ad Abu Dhabi, il presidente ucraino aveva citato tali spinte. «Le elezioni sono decisamente più importanti per loro. Non siamo ingenui», aveva affermato. Lo sono - importanti - anche per Kiev, proprio perché potrebbero rivelarsi necessarie ai fini di raggiungere un risultato concreto, senza inimicarsi gli Stati Uniti e senza tirare ulteriormente la corda degli aiuti. Sì perché anche se in guerra c’è l’Ucraina, a dare segnali di stanchezza è tutto l’Occidente, al netto dei 90 miliardi di euro sbloccati ieri dall’Unione europea.
Ora, per il Financial Times, la volontà di Kiev sarebbe quella di annunciare il piano per le presidenziali e per il referendum già il prossimo 24 febbraio, quarto anniversario dell’invasione russa. Zelensky organizzerebbe, secondo tale piano, le votazioni entro il mese di maggio. Sembra che gli Stati Uniti abbiano fissato l’ultimatum al 15 maggio. Va da sé che l’Ucraina dovrebbe affrontare tutta questa campagna a guerra in corso. Non è infatti previsto alcun cessate il fuoco, anche se Zelensky lo chiede come condizione. Non una tregua come quella sbandierata una decina di giorni fa e rivelatasi solo un gioco propagandistico di Mosca, ma un vero e proprio stop alle armi. L’Ucraina, altrimenti, andrebbe al voto sotto le bombe nemiche, tenuta "in scacco" dalla legge marziale. Lo stesso Zelensky, sin qui, si era sempre rifiutato di affrontare una simile prospettiva: un intero Paese chiamato a esprimersi sul suo stesso futuro, senza garanzie di sicurezza durante la campagna e durante le elezioni. Senza garanzie di sicurezza neppure per il futuro. Quelle dipendono da molte cose, ma non tanto, o non soltanto, dalle scelte alle urne della popolazione ucraina. Non c’è nulla di scritto. E a questo punto, dopo questi anni di guerra, se anche ci fosse qualcosa di scritto, quale valore avrebbe? In questo senso, Zelensky è sempre stato consapevole che la sola garanzia di sicurezza arriva dalla volontà dell’Ucraina di difendere sé stessa.
La legge marziale controlla ogni aspetto della vita degli ucraini, anche quelli più personali. Scandisce i ritmi della quotidianità e delle sue eccezioni. Cancella molti confini tra i bisogni collettivi e l’intimità individuale. Pensare di andare a votare liberi, senza temere influenze esterne, senza ingerenze, al netto delle bombe, è un’utopia. Anche perché molti ucraini hanno lasciato il Paese, oltre che le loro case - sono milioni, gli sfollati -, altri stanno vivendo in territori oggi occupati dai russi, e altri ancora sono al fronte, costretti a esserlo. Detto questo, nel caso in cui Zelensky venisse rieletto, vedrebbe il proprio ruolo rafforzato, anche agli occhi di Washington. Il fatto di accompagnare l’elezione al referendum potrebbe persino favorirlo. Perché un voto non è indipendente dall’altro. E allora l’Ucraina sì risponderebbe con la democrazia alle ambizioni belliche della Russia, ma lo farebbe con una democrazia indebolita dalle contingenze, oltre che con possibili divisioni interne (ispirate da Mosca e dai meccanismi spesso ambigui dietro il voto). Il futuro del Paese e del suo popolo, anche di fronte a una possibile svolta, rimane comunque avvolto dalla nebbia sollevata dalla guerra.


