Il giorno dopo Trump

Alla vigilia delle elezioni americane di metà mandato, molti si chiedono cosa accadrà il giorno dopo il voto. Come reagirà Donald Trump a un’eventuale sconfitta? Il risultato potrebbe alterare gli equilibri istituzionali degli ultimi due anni del suo mandato, alimentando lo scontro tra potere legislativo ed esecutivo. Ma una sconfitta repubblicana, soprattutto se pesante, potrebbe anche aprire un conflitto all’interno del partito stesso su un tema cruciale: la successione di Trump. Il presidente non può teoricamente essere rieletto per un terzo mandato perché il XXII emendamento della Costituzione glielo impedisce. Nel 2028 i repubblicani dovranno quindi trovare un nuovo candidato, e con lui decidere quale direzione dare al partito.
La questione è tutt’altro che semplice. Trump ha trasformato profondamente il Partito Repubblicano, ma non ne ha cancellato tutte le divisioni. Da un lato c’è l’ala MAGA, nazionalista, protezionista e diffidente verso le istituzioni tradizionali; dall’altro sopravvivono esponenti più vicini al conservatorismo repubblicano classico, favorevoli al libero mercato e a una politica estera più tradizionale. Le differenze tra queste due fazioni sono emerse soprattutto sulle politiche commerciali e sugli interventi militari all’estero.
Una sconfitta elettorale potrebbe riaprire il confronto tra queste due anime. Ma non necessariamente nel modo più prevedibile. Per alcuni repubblicani rappresenterebbe la dimostrazione che il partito deve prendere le distanze dal presidente per riconquistare gli elettori moderati. Per altri, invece, il problema sarebbe soprattutto la difficoltà di mobilitare l’elettorato trumpiano in assenza del suo leader sulla scheda. Due interpretazioni della stessa sconfitta che porterebbero a conclusioni opposte: abbandonare il trumpismo oppure garantirne la continuità.
Ed è proprio sulla successione che si misurerà questo confronto. Il vicepresidente JD Vance è uno dei principali candidati a raccogliere l’eredità trumpiana, mentre figure come il segretario di Stato Marco Rubio potrebbero rappresentare una diversa sintesi tra MAGA e tradizione repubblicana. Le primarie del 2028 diventerebbero così non soltanto una competizione tra personalità, ma anche un confronto sulla futura identità del partito.
Trump, inoltre, potrebbe cercare di condizionare direttamente questa scelta. Potremmo anche immaginare un ipotetico scenario in cui il presidente decida di dimettersi anticipatamente (o esser spinto a farlo, magari adducendo ragioni di salute), lasciando la Casa Bianca a Vance. Quest’ultimo potrebbe allora affrontare il 2028 da presidente in carica, rafforzando la propria posizione e scoraggiando eventuali sfidanti alle primarie. Sarebbe un modo per favorire la continuità del trumpismo anche dopo l’uscita di scena del suo fondatore. Ma se Trump può contribuire a scegliere il proprio successore, non è detto che possa trasferirgli anche il consenso personale dei suoi elettori.
Molto dipenderà da come verrà interpretato il risultato di domani e dalla capacità di Trump di conservare la propria influenza. Perdere il controllo del Congresso non significa necessariamente perdere quello del partito. Il presidente potrebbe uscire dalle elezioni indebolito nei rapporti con le istituzioni, ma rimanere il principale arbitro del futuro repubblicano. La vera sfida sarà capire se il partito che Trump ha costruito saprà sopravvivere politicamente al suo fondatore.


