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L'editoriale

Il mondo di Hegseth nel giorno del Nobel per la Pace

Torniamo sull'annuncio del segretario americano alla Guerra relativo alla volontà di trasmettere in diretta la fucilazione di un condannato a morte
Paolo Galli
10.10.2026 06:00

Non possiamo farci ingannare dalle apparenze. Ci aiuterebbero a ridurre Pete Hegseth a una figura quasi cinematografica, il villain dei film d’azione. Ma sarebbe un modo di rendere la realtà più accettabile e, proprio per questo, più pericolosa, devastante. Abbasserebbe la soglia oltre la quale la violenza ci appare intollerabile. Il compiacimento con cui Hegseth ha annunciato la volontà di trasmettere in diretta la fucilazione di un condannato a morte si presta certo a letture di colore sull’interpretazione dei rispettivi ruoli da parte degli uomini dell’amministrazione Trump, ma ciò che non è accettabile è il contenuto di quanto ha promesso: l’uccisione di un uomo trasformata in spettacolo e offerta in pasto a un intero Paese, anzi al mondo tutto. E non è finzione. Non si tratta più soltanto di eseguire una condanna: si tratta di fare dell’esecuzione un messaggio pubblico, di convocare gli spettatori davanti alla morte. Il messaggio del segretario americano alla Guerra è quello di un ritorno alla barbarie. È difficile trovare una lettura alternativa, che non chiami in causa la regressione della civiltà, la perdita dei valori democratici, il ritorno a uno stato di caos. Il tutto per consolidare il potere di pochi e trasformare la punizione in uno strumento di consenso.

E poi ci siamo noi. Noi che non possiamo tollerare queste derive. Soltanto pochi mesi fa, il Dipartimento federale degli affari esteri aveva ribadito: «La Svizzera s’impegna per un mondo senza la pena di morte». Ma non solo: consapevole che non tutti gli Stati condividono questa posizione, la Confederazione si adopera «affinché l’inconciliabilità tra pena di morte e diritti umani venga maggiormente riconosciuta a livello internazionale». Tale posizione rientra nel piano d’azione pluriennale presentato nel luglio del 2024. Il fatto, però, è che una parte del mondo ha preso tutta un’altra traiettoria, opposta. Donald Trump, appena tornato alla Casa Bianca, nel gennaio del 2025 già firmava un ordine per rilanciare la pena di morte federale, cancellando la moratoria voluta da Joe Biden soltanto nel 2021. È questa la direzione che l’amministrazione Trump sembra voler imprimere alla politica penale americana. Ma ora sembra che la pena di morte non basti più: occorre spingersi oltre. E allora ecco l’idea della fucilazione in diretta streaming. Affinché tutti vedano. «Ci assicureremo che la gente possa assistervi. Perché tutti devono capire che azioni di questo tipo comportano conseguenze molto gravi», ha detto lo stesso Hegseth. In altri contesti, parleremmo senza esitazioni della spettacolarizzazione della violenza di Stato.

L’ultima esecuzione militare negli Stati Uniti risale al 13 aprile del 1961. L’ultima esecuzione militare mediante fucilazione, invece, al 1945. L’ultima esecuzione pubblica negli Stati Uniti, addirittura, al 1936: avvenne davanti a ventimila persone, stando alle cronache dell’epoca, e fu eseguita per impiccagione, nel Kentucky. Venne giustiziato un giovane uomo che stuprò e uccise una donna di 70 anni. È palese il tentativo di riportare gli Stati Uniti indietro nel tempo, a un mondo che di fatto non esiste più. È una forzatura evidente e preoccupante, un insulto a una società - l’Occidente che eravamo convinti di conoscere - costruita attraverso decenni di battaglie civili. Il fatto che l’annuncio di Hegseth sia giunto a poche ore dall’assegnazione del Nobel per la Pace può essere letto come una provocazione. Difficile, comunque, non cogliere il contrasto. Il Nobel è andato, infatti, a Navi Pillay, una donna, giurista sudafricana, paladina dei diritti umani. E non a Trump, nonostante le rivendicazioni. Negli scorsi giorni si era lamentato dei membri del Comitato norvegese: «Generalmente sono noti per non assegnare il Nobel per la Pace a gente come me». A gente come lui. «Ho fatto cose che nessun altro ha mai fatto. Non mi sto vantando, vi sto solo dicendo i fatti. Probabilmente nessun presidente ha mai risolto guerre. Io ne ho risolte otto». E ora vuole che un uomo, condannato per aver ucciso 13 persone nella base militare di Fort Hood, venga fucilato in diretta streaming. Lo detta mentre le guerre che Trump sostiene di aver risolto proseguono sullo sfondo, in alcuni casi aggravandosi. Le Nazioni Unite hanno sottolineato, comunque, come «la trasmissione in diretta streaming di un’esecuzione» equivalga «a un’esecuzione pubblica e violerebbe quindi il divieto assoluto di tortura». Il portavoce dell’Ufficio dell’alto commissario ONU ha poi aggiunto che «il mancato rispetto di tale divieto renderebbe l’esecuzione arbitraria, configurando una violazione del diritto alla vita». A prescindere dalla diretta streaming, nel 2025 Amnesty International ha contato 2.716 esecuzioni (in 17 Paesi; e in 17 casi, tra Iran e Afghanistan, esecuzioni pubbliche), con un aumento del 79% rispetto al 2024. Negli Stati Uniti, dove è favorevole alla pena di morte (in caso di omicidio) il 66% dei cittadini, sono state eseguite 47 esecuzioni, altro dato in crescita (25 nel 2024). No, il sorriso impostato di Hegseth non tragga in inganno: non è cinema.

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