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Opinioni

Il poker USA-Iran

L'opinione di Flavio Meroni, ex diplomatico in Iran
Red. Online
21.07.2026 13:31

Da quando il Memorandum of Understanding (MoU) sottoscritto a distanza dai due belligeranti in giugno è saltato dopo pochi giorni sullo scoglio dello Stretto di Hormuz, com’era prevedibile, i bombardamenti hanno ripreso a infiammare il Golfo Persico e ogni speranza d’arrivare a una soluzione diplomaticamente condivisa del conflitto s’allontana definitamente. Il protocollo MoU, dopo lo stillicidio d’incidenti navali e contromisure militari che già avevano marcato il cessate il fuoco molto informale di Islamabad, aveva d’altronde circoscritto solo in apparenza la questione. La Repubblica islamica avrebbe infatti dovuto «prendere le misure per assicurare nel migliore dei modi il passaggio sicuro e gratuito delle navi per 60 giorni», anche se il traffico, che doveva «iniziare immediatamente», «considerando la necessità di ... sminamento», sarebbe stato «regolato in 30 giorni». L’Iran avrebbe per di più dovuto trovare nel frattempo un accordo con l’Oman per «la futura amministrazione e i servizi marittimi nello Stretto ... in linea con il diritto internazionale ... e i diritti sovrani dei suoi Stati costieri».

Un vero guazzabuglio procedurale attorno a quello che si è presto rivelato un tesoro strategico ed economico consegnato ai Guardiani della rivoluzione dagli avventati cowboy della Casa Bianca. Non a caso, il negoziatore capo iraniano Mohammad Qalibaf, recentemente confermato nella sua posizione dal parlamento contro gli oltranzisti radicali, ha sottolineato l’importanza di mantenere, di tutto il «protocollo d’intesa», le «disposizioni iraniane» per Hormuz, «essenziali per la sicurezza nazionale, così come previsto nel MoU».

Ma intanto, tra gli Americani militarmente superiori ma strategicamente perdenti e gli Iraniani fortemente indeboliti ma consolidati politicamente grazie alla guerra, si sta manifestamente giocando, al rilancio, un ultimo giro di poker. Con bombardamenti americani ormai su strutture civili in barba al diritto di guerra, un alleato israeliano impaziente di completare i suoi disegni espansionistici in Libano nonché incursioni di droni iraniani su aeroporti e installazioni vitali degli sceiccati filoamericani, ci si domanda quale e quando uno dei contendenti si deciderà a vedere in faccia le disastrose conseguenze di questo conflitto d’usura e decidersi a trattare seriamente, e non solo con dichiarazioni per impressionare l’avversario e soddisfare il proprio campo.

L’astio reciproco ormai scontato e il profondo rancore storico fra gli USA e la Repubblica islamica fanno sì che dei negoziati bilaterali siano dapprincipio inconcludenti. Sarebbe a questo punto probabilmente necessario passare dapprima per un vero, formale, accordo di cessate il fuoco, per poi sparigliare i tavoli negoziali, fornendo di poteri d’intervento i mediatori e ricostruendo le dinamiche diplomatiche attorno a tutti i conflitti collegati, Libano e Yemen compresi. L’incompetenza guerriera dell’amministrazione Trump dovrebbe a questo punto prender atto di un elemento fondamentale dell’ideologia politica iraniana: la priorità assoluta che la teocrazia sciita dà comunque alla sopravvivenza stessa della Repubblica islamica. In questa riserva irrinunciabile della loro azione internazionale, il loro alleato Israele e Iran sono d’altronde assolutamente simili.

Flavio Meroni, ex diplomatico in Iran

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