Il problema è cosa ci attende nel caldo di domani

Il caldo c’è sempre stato. Sì, è vero. Gli incendi, d’estate, ci sono sempre stati. E anche decenni fa si parlava di canicola. Ma certo. E vale per le inondazioni, per le grandinate, per la siccità. D’altronde, una scusa per evitare di affrontare il problema la si trova sempre. È sufficiente rimanere sul vago, magari facendo riferimento a eventi rari del passato - «te la ricordi?» -, spingendo nell’ombra o ridicolizzando gli allarmismi, le allerte. Si arriva addirittura a sottovalutare i dati, proprio nell’epoca in cui i dati vengono spacciati per il nuovo oro, oltre a rappresentare la sola via per contrastare la disinformazione. Certamente non va confuso il meteo con il clima. Nel telefono cerchiamo quotidianamente l’applicazione per capire come vestirci domani: è il meteo. Dagli esperti aspettiamo letture credibili per capire come adattare le nostre abitudini di vita al mondo fuori: è il clima. Vanno distinti, questo è ormai chiaro. Ma le due dimensioni sono connesse.
Possiamo, in questo senso, osservare le frequenze degli eventi estremi, dei picchi, dei record. È l’unico modo per capire quando un evento smette di essere raro e tende a ripetersi nel tempo, a superarsi, a raggiungere nuove intensità. La lettura del clima diventa poi politica quando da essa si attendono conseguenze a livello decisionale. Per questo non possiamo sottovalutare il messaggio di Albert Rösti, che soltanto pochi giorni fa ha ammesso - in un’intervista rilasciata a Le Temps - che per la Svizzera sarà difficile raggiungere l’obiettivo climatico fissato per il 2030. «Se non raggiungeremo l’obiettivo del 2030, sarà necessario rafforzare le misure nel decennio successivo», ha aggiunto. Ma è chiaro che, nel frattempo, il clima farà altri passi nella direzione più temuta; temuta in particolare guardando al benessere delle generazioni che verranno. Il motivo per cui gli obiettivi verranno mancati è finanziario, secondo il consigliere federale, a capo del Dipartimento dell’ambiente. «Nell’attuale contesto di bilancio, non vedo come la Confederazione possa stanziare i 300-400 milioni supplementari necessari» all’acquisto di crediti di emissioni all’estero. Sì, perché ciò che conta - nell’agenda dei Paesi ricchi - è che i gas serra vengano ridotti, non importa dove. «Dopo il 2030 - ha quindi ribadito Rösti, il quale ha negato di aver mai messo in dubbio il riscaldamento globale - bisognerà andare oltre». Ma intanto la popolazione è chiamata ad adattarsi, a cambiare molte delle sue abitudini. E lo stesso vale per l’economia. Di venerdì la presa di posizione dell’Ufficio federale dell’agricoltura, che rappresentando un settore duramente colpito dalla siccità arriva a riconoscere, per voce di una famiglia contadina: «Ci stiamo adattando». L’agricoltura si adatta sì, alle nuove condizioni, investendo - è il caso dell’azienda agricola Zumbrunn, presente alla conferenza stampa informativa - nella costruzione di stalle dotate di impianti fotovoltaici, di impianti di biogas e di serbatoi per l’acqua piovana.
Adattandosi, la popolazione inizia a riflettere su come e dove spostare le proprie attività, le proprie abitazioni, ma anche le vacanze. Insomma, la propria vita. L’economia del turismo si adatta. E allora si riflette per sfruttare, in qualche modo, le nuove condizioni ognuno a proprio favore, perlomeno dove possibile. Non è un caso se di questa situazione ha iniziato a beneficiare - soprattutto a nord delle Alpi - l’attività degli impianti di risalita. L’adattamento è però, per definizione, una reazione. Per farla semplice: una toppa. Poi il problema comunque si sposta, e si sposterà. Adattarsi è temporeggiare in attesa di prendere decisioni, di trovare soluzioni. Come ha spiegato Sonia Seneviratne, la nota ricercatrice sul clima del Politecnico federale di Zurigo, venerdì al Tages-Anzeiger, «il riscaldamento globale aumenta ogni anno. Sappiamo che le condizioni che stiamo vivendo ora diventeranno molto frequenti in futuro. La gravità della situazione dipenderà dalla nostra capacità di ridurre rapidamente le emissioni globali di CO2 o dal nostro fallimento in tal senso». Il resto è capacità di adattamento, sopravvivenza. Perché un’alternativa vera e propria non esiste. A meno di non credere che il risultato dipenda dalla fede, dalle processioni. Anche questo aspetto conta. Come ha spiegato, in una nostra intervista (vedi CdT del 6 agosto), l’antropologo Francesco Paolo Campione, «è importante osservare il ricostituirsi di piccoli paradigmi sociali che prendono consapevolezza della fragilità dell’uomo per dialogare con le grandi forze della natura». Noi siamo parte della natura, ma siamo - o dobbiamo essere - consapevoli di avere una capacità di incidere su di essa che va oltre l’ineluttabilità di un destino collettivo autodistruttivo. Il problema non è tanto il caldo che fa oggi, è ciò che ci attende nel caldo di domani.


