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Il Ponte-Diga

Il triangolo della morte

A Lugano Foce, Bertaccio e Capo San Martino sono state storicamente associate alla morte date le funzioni che si associavano a queste zone della regione e del borgo
Pietro Montorfani
Pietro Montorfani
13.07.2026 06:00

Ignoro se, nel revival di luoghi energetici e occultismo à la carte che ha toccato recentemente anche le prode della Svizzera di lingua italiana, qualcuno abbia pensato di tracciare su una piantina le rette che uniscono i vertici della Foce, di Bertaccio e di Capo San Martino. Potremmo chiamarlo il triangolo della morte, date le funzioni che storicamente si associavano a queste zone della regione e del borgo. Un triangolo più largo che alto, che finisce per corrispondere a una buona fetta del golfo di Lugano (lato ovest).

Ma andiamo con ordine. La morte, intanto: un fenomeno che fino a pochi secoli fa era ancora saldamente inscritto nell’antropologia e nella cultura di un popolo, e che l’uomo contemporaneo ha relegato sempre più ai margini del proprio pensiero e quindi della vita di tutti i giorni. Il momento del trapasso, posticipato il più possibile, interviene oggi con pudore e raramente esce dalla sfera del privato, mentre un tempo era un fenomeno pubblico e rituale di grande portata, non privo ahinoi di elementi spettacolari. Pensiamo all’esercizio della pena di morte, che si vorrebbe un atto lontano dalla nostra atavica democrazia, e che invece fino al 1942 era ancora previsto dal Codice penale svizzero (addirittura fino al 1992 nel suo equivalente militare). Che tale pena sia stata utilizzata pochissimo nei suoi ultimi decenni di legalità – per alcuni disertori della Seconda Guerra Mondiale – nulla toglie all’onta della sua possibilità potenziale.

A Lugano, durante l’Ancien Régime e il primo Ottocento, le esecuzioni erano di due tipi, per decapitazione alla foce del Cassarate e per impiccagione al promontorio di San Martino, all’altro estremo del triangolo. Pene diverse per tipi diversi di reati, ma simili nella sostanza, con un surplus di spettacolarizzazione che si associava all’illusione di prevenire, in quel modo, una deriva criminale. È il caso del «barbaro, inumano e proditorio latrocinio» consumato ai danni di un bergamasco, derubato, ucciso e gettato nel Ticino da Giovanni Camozzi di Bogno (detto “il magnano bello”) e da Stefano Moresi di Colla (detto “Boriggioni”), costretti poi per decisione del landfogto Franz Xaver Zeltner a essere «impiccati in modo che muoiano, e restare i loro cadaveri alla forca, finché vengano dal tempo consumati; e ciò ad esempio degli altri malfattori» (così in un foglio volante del 7 agosto 1794, conservato all’Archivio storico comunale). Dell’accompagnamento dei condannati, e quindi degli aspetti spirituali oltre che rituali dei loro ultimi momenti, si occupò anche in quel caso, come era prassi, l’Arciconfraternita della Buona Morte.

Ma anche il pacifico ed elegante quartiere di Bertaccio, con le sue viuzze silenziose, le signore bene che portano i cani a passeggio e le belle mamme che vanno e vengono dall’asilo comunale, nasconde in realtà una storia truce, celata nel suo nome. Leggenda vuole infatti che un Alberto di cattiva fama (-accio è suffisso peggiorativo) abitasse in zona prima del XVIII secolo. E poiché da quelle parti, all’incrocio con via Cattedrale, si trovava la casa del boia, il pensiero non può non andare a quella infamante professione, gestita nel XIX secolo dalla famiglia Schleuber, ma prima di allora esercitata anche da altri casati, per lo più stranieri.

Mia moglie, italiana, con il candore e l’acume di chi guarda alle cose da fuori, un giorno mi chiede: «Ma come? Avete intitolato a un boia una sede dell’asilo comunale?!». No, figurarsi, dai. Cioè, tecnicamente sì… Insomma, non che fosse voluto. Tanto nessuno se lo ricorda! Il punto sta proprio qui, nel ricordare o dimenticare fatti e persone che soltanto pochi decenni or sono avevano ancora presa sull’immaginario colletivo e che oggi, nella melassa di questa estate che pare interminabile, consideriamo assai più lontani dell’ultimo gossip di importazione o dell’ultimo ritrovato della tecnologia. Boia o meno che fosse, il Berto a cui abbiamo intitolato un quartiere (e un asilo) se la ride là dove si trova.