Impero

“Poiché mille anni ai Tuoi occhi sono come il giorno di ieri quando è passato…”. Questa frase, scritta dal re Davide in uno dei suoi Salmi, anticipa spiritualmente quello che Einstein spiegò scientificamente circa tremila anni dopo con la famosa “Teoria della Relatività Ristretta”. L’allusione allo sfasamento spazio-temporale, si rende inevitabile per descrivere il nostro tempo in cui i comportamenti sfuggono ai consueti parametri interpretativi. Per chiarire la natura di questo scenario si può prendere, come esempio e come spunto per ulteriori riflessioni, l’interessante articolo del prof. Ernesto Galli della Loggia, pubblicato di recente (2 gennaio 2026) sul Corriere della Sera, con il titolo “L’«identità» che manca agli europei”. Sintetizzando, l’Autore osserva che il principale problema dell’Europa sta nel fatto che i popoli dell’Unione risultano privi di quel sentimento d’identità, che permetterebbe loro di sentirsi “europei”. La causa di questa carenza starebbe nel fatto che, a livello europeo, è mancato l’assorbimento di valori tradizionali comuni d’intensità pari a quello presente nelle singole Nazioni. Un’evidenza che porta l’Autore a soffermarsi su una contraddizione presente nella posizione politica assunta dalla “cultura progressista”. Infatti, questa pur rifiutando l’idea di identità, ritenuta come una pericolosa anticamera di derive nazionalistiche, suprematiste, razziste e quant’altro, non esita a dichiararsi “appassionatamente europeista”.
L’osservazione, senz’altro corretta, invita tuttavia ad ampliare il discorso per poter determinare non solo la provenienza di quella particolare discrasia rilevata nel pensiero progressista, ma anche di altre analoghe situazioni a livello europeo. Per fare ciò, occorre preliminarmente focalizzare il motivo per cui l’attuale Unione Europea non abbia agito, in modo deciso, per tutelare la pedagogia della Tradizione nativa del nostro Continente che, come noto, affonda le millenarie radici nella coscienza laica greco-romana e in quella spirituale giudaico-cristiana. Consequenziale a questo aspetto è l’esame del motivo per cui, dopo settantacinque anni dalla posa del primo mattone dell’edificio europeo (la CECA), stiamo assistendo a una realtà unitaria che, a parte l’esondazione burocratica, è per molti aspetti carente. Detto questo, si può ritenere che il problema risieda non solo nell’effimerità di una base “nazionale” europea, di cui parla Galli della Loggia, ma anche nell’ingerenza, nella politica europea, di una particolare entità che potremmo definire “Impero globale”. Consideriamo comunque la prima criticità. Quando si manifestò l’afflato ideale paneuropeo si era storicamente a ridosso dei disastri prodotti dalla Seconda Guerra Mondiale. Una realtà che condizionò le opzioni comunitarie, a causa di un’Europa divisa politicamente e territorialmente dalla Cortina di Ferro e segnata dal retaggio dei totalitarismi nazi-fascisti. Pertanto, i Paesi promotori dovettero gestire le spinte interne filosovietiche e, nel contempo, scongiurare le derive nazionalistiche. Fu così che, nell’impossibilità di costituire un’entità comune su base politica, si optò per l’unico aspetto aggregativo possibile, ossia quello economico. Tuttavia, come noto, le Unioni che durano nel tempo hanno basi di ben altra consistenza. In primo luogo, perché esse storicamente scaturiscono dalla necessità dei contraenti di poter contare su una protezione reciproca verso un potere esterno soverchiante. In secondo luogo, perché la spinta sorgiva proviene dalla base, ossia dalle popolazioni. Un elemento che non può essere sostituito e sanato da un consenso posteriore. La fragilità ideale dell’attuale Unione Europea sta proprio nel fatto che una coesione, basata essenzialmente sull’economia, limita fatalmente la formazione di quei valori costitutivi di ogni Nazione.
La seconda criticità è più criptica perché, pur manifestandosi come processo economico e finanziario globale, ha anche sviluppato in Occidente un solido disegno politico. Si tratta di una entità-ombra estremamente interessante perché, pur non possedendo i requisiti giuridici formali necessari per costituire uno Stato (territorio, popolazione, moneta), li possiede materialmente attraverso le Nazioni in cui ha innestato la propria visione socioeconomica e quindi politica. Questa entità, per raggiungere i suoi scopi, necessita di un’uniforme, plasmabile platea di “eguali” e, quindi, le è indispensabile eliminare le “identità”. Questo aspetto è proprio quello che permette, nel caso segnalato da Galli della Loggia, di comprendere come mai i movimenti “progressisti”, restii a sostenere le “identità”, siano in prevalenza ferventi “europeisti”. In altre parole, l’Europa scivolata da tempo nell’orbita globalista ha partecipato a un coup de théâtre dell’Impero Globale, nel momento in cui questo è riuscito ad agganciare il DNA internazionalista ed egualitario del pensiero progressista. Il risultato è stato l’innesco di un processo di depotenziamento delle peculiari “identità” culturali, sociali e religiose europee. Alla luce di questa singolare sinergia che, per la natura intrinseca del pensiero economico globale, sarebbe stata assolutamente inconcepibile per la sinistra di un tempo, le contrapposizioni tra europeisti e sovranisti (maldestramente definiti populisti), appaiono come “misure di distrazione”. Infatti, se il dibattito seguisse una sana dialettica verterebbe su due differenti visioni istituzionali, ossia: “Stati Uniti d’Europa” vs. “Confederazione degli Stati Europei”. Al di là di tutto questo, la situazione descritta permea ormai molteplici realtà e ci sta preparando a ben altre “bizzarrie”. Uno scenario che richiama quelle cupe descrizioni dell’Apocalisse (13:16,17), che narrano di un Sistema imperante che “faceva sì che a tutti…fosse posto un marchio sulla mano destra o sulla fronte e che nessuno potesse comprare o vendere se non aveva il marchio…”.


