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L'editoriale

In assenza di certezze, Andy Burnham promette speranza

È il settimo premier in dieci anni per il Regno Unito - Dovrà affrontare una complicata serie di sfide economiche e sociali - E dovrà vedersela anche con Trump
Paolo Galli
21.07.2026 06:00

Andy Burnham sta insistendo da giorni sulla parola «speranza», sull’importanza di «ridare speranza al popolo britannico». È una scelta interessante, che dice molto del nuovo premier, ma che ricorda anche le difficoltà con cui il Paese è confrontato da tempo. Un Paese complesso, attraversato da crisi profonde, che non hanno a che fare soltanto con l’economia, ma anche con l’identità stessa della Nazione. L’estate britannica, d’altronde, si era aperta con le tensioni sociali di Belfast, con la rivolta contro gli immigrati. In quel caso, era stato sufficiente un accoltellamento da parte di un migrante sudanese a un 40.enne nordirlandese a far scattare nella capitale la caccia allo straniero, con violenze durate più notti.

Il clima è teso, resta teso. Non è che basti accennare alla parola «speranza» per farla magicamente apparire nell’animo di un intero popolo. La successione dei primi ministri in questi ultimi dieci anni ci ricorda che il Regno Unito ha problemi tali da rendere impensabile ogni illusione. E questo è un problema in più da risolvere: la disillusione di un’intera popolazione, la scarsa propensione a credere nei propri leader e a seguirli. Da Cameron a May, da May a Johnson, da Johnson a Truss, da Truss a Sunak, da Sunak a Starmer. E ora a Burnham: sette premier nel giro di dieci anni, rappresentativi dei due schieramenti; i primi cinque conservatori, gli ultimi due laburisti. Ma neppure il passaggio dai Tories ai Labour è parso incoraggiante, anche al netto dei demeriti di Keir Starmer - uno su tutti, la gestione del «caso Mandelson». Nessuno dei cinque politici che hanno preceduto Burnham è riuscito a fare la differenza, ma neppure - checché ne dica Starmer stesso - a lasciare un segno realmente positivo sul proprio «interregno». Ci sono stati passaggi persino tragicomici, come l’«era Truss», durata 44 giorni appena. Il Regno Unito, oggi, appare come un cavallo imbizzarrito. Ed è stato il pungolo della Brexit a rendere il tutto più complicato - ingestibile - dopo la crisi finanziaria del 2008.

Le conseguenze economiche sono sotto gli occhi di tutti, dal debito pubblico pesantissimo all’elevata inflazione, per non parlare della crisi di produttività. Il Regno Unito non riesce a crescere. È questa la sfida principale che Andy Burnham dovrà affrontare. Come? Lui, intanto, nell’intervista pubblicata ieri dal Times, ha detto: «Quello che abbiamo fatto finora non ha funzionato. È un decennio che non ha funzionato. Continuiamo così o proviamo a fare le cose in modo diverso? Io cercherò di fare le cose in modo diverso». Non ha detto di più, però, sulle «misure immediate» promesse. Si è intuito che punterà soprattutto sulla decentralizzazione e sulla reindustrializzazione. Ma ieri si è limitato ad affermare che si pronuncerà nel corso della settimana. Ha annunciato annunci, per farla breve, temporeggiando e mettendoci un bel po’ di retorica. Certo, la retorica di Burnham è condita da maggior carisma ed empatia rispetto a quella di Starmer. Questo già va concesso al nuovo premier. Ma l’impressione è che le trasformazioni che dovrà affrontare il Regno Unito siano più grandi di qualsiasi promessa.

Un mese fa, Repubblica aveva intervistato Robert Harris, lo scrittore inglese noto anche per aver previsto la Brexit prima di qualunque altro osservatore politico. Ebbene, invitato una volta ancora a leggere nel futuro della sua Nazione, Harris diceva: «Sarà una rivoluzione fomentata da odio, razzismo e diseguaglianze». Citava Trotskij per giustificare la previsione di una rivoluzione, e le tre caratteristiche che il sovietico riteneva necessarie per scatenarla: la classe operaia che non ha più fiducia nelle istituzioni; la borghesia che la perde nell’ordine costituito; la classe dirigente che rinuncia a governare. «Mi sembra che oggi, nel mio Paese, ci siano tutte», aggiungeva. E il contesto internazionale non aiuta, anzi.

Ancor prima di entrare in carica, Burnham ha già avuto modo di sentire la pressione di Donald Trump. Il presidente americano, interrogato sul futuro premier, aveva minimizzato: «Mi pare fosse il sindaco di una cittadina». Nel weekend, saputo delle intenzioni di Burnham di annunciare trivellazioni nel Mare del Nord, si è complimentato a suo modo su Truth: «Gli abitanti di Aberdeen stanno festeggiando per le strade perché il nuovo primo ministro, Andy Burnham, ha dichiarato che intende sfruttare appieno il prezioso petrolio del Mare del Nord». Inevitabilmente, il successo della sua leadership dovrà passare anche dal rapporto che saprà instaurare con lo stesso Trump, che ieri è stato il primo capo di Stato a chiamarlo. Poi la speranza, semmai, ritornerà da sé.

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