Cerca e trova immobili
L'editoriale

La cultura del silenzio genera solo dubbi

Il giorno tanto atteso e, teoricamente, ben calibrato da parte dell’Ufficio presidenziale del Gran Consiglio per dare risposta alle numerose interpellanze sullo scottante «caso Zali» è presto naufragato nella confusione in una sorta di pagliacciata
Gianni Righinetti
17.09.2026 06:00

Pronti, via, stop. Il giorno tanto atteso e, teoricamente, ben calibrato da parte dell’Ufficio presidenziale del Gran Consiglio per dare risposta alle numerose interpellanze sullo scottante «caso Zali» è presto naufragato nella confusione in una sorta di pagliacciata con la coppia targata Movimento per il socialismo a portare a spasso l’Istituzione parlamentare. E ha fatto molto bene il presidente del Centro Fiorenzo Dadò a chiedere alla presidente del Gran Consiglio e alla sua squadra di darsi una mossa. Una sceneggiata che, purtroppo, ben riassume nella pochezza della sua essenza questa legislatura dalla quale resta da attendersi una sola cosa: che giunga al capolinea. Ai naviganti dalla memoria corta ricordiamo che nella primavera del 2023, dopo una campagna elettorale accesa, a bocce ferme e risultati elettorali consolidati, la garanzia del mondo della politica era solo una, convinta, seppur già allora poco convincente. La promessa di rendere il periodo fino alla primavera prossima, la «legislatura del fare» fondata su alleanze propositive e sulla capacità dei partiti di collaborare per affrontare i problemi concreti del Cantone. La realtà, nella sua lettura, si è però rivelata molto conflittuale. Il confronto politico si è trasformato in uno scontro quasi permanente, su temi come: sussidi per i premi di cassa malati; politica fiscale; situazione finanziaria del Cantone; soglia di sbarramento per i partiti minori; riorganizzazione delle competenze in Governo, culminata nell’«arrocchino» Gobbi-Zali. A metà del quadriennio ci eravamo illusi di un possibile rilancio delle buone intenzioni. È stato un miraggio ed ora, eccoci qui a leccarci le ferite istituzionali per quello che è letteralmente il peggiore finale di legislatura che si possa ricordare a memoria d’uomo. Il «caso Zali» ha prodotto gravi conseguenze politiche, un immenso danno alla credibilità del nostro Cantone e, ma quest’ultima cosa in realtà non ci tocca minimamente, conseguenze personali sullo stesso consigliere di Stato Claudio Zali. I quattro colleghi, seppur tardivamente, lo hanno svuotato di ogni competenza, screditato e scaricato al suo personale destino. Quello che lo attende dal 30 settembre, quando lascerà definitivamente la sede governativa e la carica che viene riservata agli «onorevoli». Sotto gli occhi abbiamo due situazioni parallele: il tradimento di due aspettative legittime. La prima riconducibile all’interesse generale, che dovrebbe essere compito principale dei politici, al netto delle normali scaramucce e sgomitate per mostrarsi più belli in vista delle elezioni. Non c’è stato un «prima» e un «dopo», ma un procrastinare l’interesse di bandiera. Anche Zali ha tradito la fiducia riposta in lui e non stiamo parlando della questione penale che, fatta salva la presunzione d’innocenza, farà il proprio corso. Ma ci riferiamo alla delusione, lo shock e il ribrezzo che quanto sentito e letto genera in ogni essere umano dotato, quantomeno, di rispetto per uomini o donne. Il «caso Zali» resterà per sempre come una brutta vicenda, per la quale non abbiamo mai sentito una piccola scusa, la manifestazione del senso di umano rincrescimento. Zali ha deciso di continuare ad occupare l’ufficio e la più importante sedia al quinto piano del Palazzo amministrativo, ma ieri ha lasciato vuota la sua sedia in Gran Consiglio, costringendo una stoica presidente Marina Carobbio, tutta sola, a rispondere a legittime domande generate dal suo personale comportamento. «Troppo facile amico» avrebbe sentenziato il compianto uomo di Stato che c’era dietro la corazza istituzionale di Giuseppe Buffi. Ma quella è ormai politica d’altri tempi. Oggi però un plauso lo merita Carobbio per l’esposizione chiara nelle risposte, premesso che le è toccato fare uno slalom speciale tra i «dico e non dico anche se lo penso» perché lo sappiamo, Zali di questi tempi ha la «querela facile». Al punto che al Consiglio di Stato, nell’ultima autodifesa scritta aveva invitato (a mo’ di minaccia preventiva?) i suoi colleghi «al rispetto reale, e non solo a parole, della presunzione d’innocenza». In sostanza è con questa moneta che è stata ricambiata la fiducia (indubbiamente eccessiva) data dal collegio al collega. Troppo buoni e comprensivi i quattro, ma d’altronde questo era il clima da «volemose bene» del Governo in carica. Oggi va detto forte e chiaro che una crisi profonda come quella in atto non finisce quando esplode. Continua a propagarsi, lascia tracce, apre fratture e mette alla prova istituzioni, partiti e responsabilità personali.

Poi, diciamolo, dalla mancata discussione generale che avrebbe animato il pomeriggio della seduta parlamentare, non ci si poteva nulla di nuovo, men che meno di risolutivo. Alla fine dei conti che sia stata respinta l’idea di un dibattito fiume non aggiunge e non toglie nulla alla sostanza della vicenda. Resta lo sdegno, di distanza morale e fisica da quanto emerso nel recente passato, anche eventi riferiti ad anni addietro. Nella ridda di speculazioni resta forte e chiaro l’appello: chi sa, parli. E non volgiamo lo sguardo verso Zali, che nello specchietto retrovisore vediamo sempre più lontano e piccolo, bensì pensando al presente e all’immediato futuro. Gli atteggiamenti omertosi non sono degni della rettitudine umana. Che non significa perfezione. Nessuno lo è, ma che ha il senso di sapere discernere e agire.

Nella speranza che i prossimi mesi non portino alla luce nuove questioni gravi, non ci resta che sottolineare quanto gli anni passati siano stati istituzionalmente tragici. L’essere umano tende a dimenticare, specie in un mondo come il nostro che corre molto veloce, contraddistinto dal «mordi e fuggi». Ma non si possono omettere i «casi» di questi ultimi tragici anni per le nostre istituzioni. Il «caos al Tribunale penale cantonale» ci ha detto che non c’è ambiente di lavoro malsano che genera processi lineari e professionali. Poi c’è stata la fase dei pesanti dubbi, alimentati dai troppi silenzi del consigliere di Stato Norman Gobbi sul suo coinvolgimento in un’incidente in auto. Mentre, e nelle prossime settimane sapremo, ci attende il resoconto della Commissione parlamentare d’inchiesta (CPI) sul caso Hospita-Lega. La CPI, ed è un merito, sta lavorando nel più stretto riserbo, anche se, ora che siamo in dirittura d’arrivo, qualche indiscrezione inizia a trapelare. E non pare essere un «happy end».

Non resta che riporre tutte le speranze in quanto verrà, politicamente parlando, dall’aprile del 2027.