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Il ponte-diga

La cultura della carità

La rubrica di Pietro Montorfani
Pietro Montorfani
Pietro Montorfani
06.12.2024 06:00

Che cosa c’era prima del LAC? Se lo chiede intelligentemente la Città di Lugano, ben consapevole che la domanda è del tutto sbilanciata verso l’oggi, così come è sempre più sbilanciato verso sud, verso l’antico ingresso meridionale del borgo, il baricentro cittadino da quando nel 2015 è stato aperto il nuovo centro culturale. Se qualche luganese potrebbe ancora rispondere richiamando alla mente il Grand Hotel Palace, nessuno potrebbe ricordare la versione precedente dell’albergo (l’Hôtel du Parc, trasformato nei primi anni del secolo), figurarsi il convento dei francescani chiuso per volontà dello Stato alla metà del XIX secolo. Questa affascinante avventura secolare, inaugurata con la posa della prima pietra di Santa Maria degli Angeli il 17 febbraio del 1499, è al centro di un articolato progetto scientifico e divulgativo (una mostra, un libro e un ciclo di conferenze) che la Divisione cultura ha voluto dedicare alla Lugano rinascimentale. Una prima tappa del medesimo progetto era andata in scena nel 2021, con protagoniste le effimere pietre del castello sforzesco (1498-1517) riutilizzate a quanto sembra proprio per completare il cantiere del convento francescano, terminato nel 1525. A cinquecento anni di distanza, è possibile oggi raccontarne la storia con maggiore cognizione di causa.

Cuore dell’impresa è la trascrizione di un importante documento manoscritto in latino e volgare conservato a Torino, il cosiddetto «Libro della fibbia», una sorta di libro mastro del convento luganese nel quale sono stati registrati, sull’arco di più di tre secoli, i principali eventi che hanno toccato la comunità francescana: donazioni e legati, visite pastorali, inaugurazioni di altari e cappelle, interventi architettonici e artistici (compresi i pagamenti a Bernardino Luini); ma anche invasioni militari, trasferimenti di beni, contenziosi con lo Stato e con la politica cittadina. In una parola, tutti i rapporti del convento con il mondo, che ha preso di volta in volta le fattezze benevole delle famiglie che più sono state vicine a Santa Maria degli Angeli, ma anche quelle terribili delle truppe francesi che ne hanno invaso gli spazi in epoca napoleonica.

La possibilità di trascrivere questo documento è stata al centro di una piccola «spy story» che ha implicato il vescovo di Lugano e il ministro provinciale dei Francescani piemontesi, con alcuni «agenti» sparsi sul territorio. Prima di allora, il libro era stato visto soltanto da pochi fortunati studiosi di storia dell’arte, alla ricerca di informazioni su Luini. Il fatto di poterne fruire in modo integrale rappresenta una grande conquista per la storiografia luganese, che se ne potrà giovare in futuro da molti punti di vista, partendo magari dai saggi che accompagnano il volume coordinato da Manuela Maffongelli, e firmati da Riccardo Bergossi, Lara Calderari, Francesco Cerea, Giovanni Conti, Antonietta Moretti, Paolo Ostinelli, Roberta Ramella e Damiano Robbiani (qualcosa ha fatto anche chi scrive). Il libro verrà presentato in Santa Maria degli Angeli lunedì sera alle ore 18.

Ci si potrebbe chiedere allora che vantaggi porta sapere che i Rusca di Magliaso hanno sovvenzionato generosamente i primi anni di vita del convento, o che altre casate luganesi (Brocchi, Gorini, Castagna, Quadri, Camuzio) hanno voluto erigervi delle cappelle di famiglia, o ancora che in una certa data i frati hanno ricevuto una brenta di vino? Conta nella misura in cui quella cultura della carità, che procedeva dal borgo verso il convento ma anche in senso inverso (sotto forma di preghiere, insegnamenti, accoglienza, cura dei malati, accompagnamento alla morte), possa farsi cartina di tornasole del nostro imperante egoismo. Ne stillasse anche solo qualche goccia, sarebbe già un guadagno. Per tutti.