La cultura della morte ha bisogno di anticorpi

Da alcuni giorni mi porto dentro tre immagini drammatiche piuttosto simili tra loro. Nella prima, ed è cronaca terribile di queste ultime ore, quasi da non riuscire a scriverla, protagonisti sono i bambini e i neonati decapitati nel sonno nel kibbutz israeliano di Kfar Aza, a pochi chilometri dalla Striscia di Gaza. Nella seconda i bambini sono invece palestinesi e sono vestiti da guerriglieri, imbracciano i kalashnikov e attendono solo il momento di entrare in guerra (hanno 5-6 anni, se interpreto bene la foto). L’ultima è invece un ricordo personale, durante un viaggio in Terra Santa di alcuni anni or sono: un gruppo di ragazzini correva in modo aggressivo sull’altopiano di Masada, tutti avvolti in bandiere israeliane, con le pistole in pugno e slogan che inneggiavano al sacrificio degli zeloti (anno 73 dopo Cristo, l’assedio dell’esercito romano finito in tragedia con un suicidio di massa).
In tutte e tre le scene i bambini sono delle vittime, in modo diverso ma ugualmente tali. Nelle ultime due poi la natura della colpa, prima che nei fatti, è essenzialmente culturale. A questo dovremmo guardare se vogliamo cercare una soluzione al conflitto israelo-palestinese, prima dei dibattiti su chi ha cominciato e su chi ha colpito più duramente, su chi ha invaso e chi invece si è «soltanto» difeso. Prima della tremenda contabilità della guerra, nella quale evidentemente un bambino ucciso nottetempo in un kibbutz vale tanto quanto un coetaneo morto in un bombardamento di Gaza. Quando una guerra inizia, le regole cambiano, e vengono dettate da un’incomprensibile sospensione della morale, la stessa che permette di uccidere senza colpe un gerarca nazista, cosa che in tempo di pace non si potrebbe mai fare (e per fortuna), quantomeno nei Paesi più civilizzati. Dobbiamo trovare gli anticorpi affinché la cultura della morte non sia più insegnata ai bambini, per il semplice fatto che non si tratta di una cultura ma di una follia.
Non vorrei forzare troppo le mie considerazioni ma ho l’impressione che questi anticorpi, al netto dell’estremismo nazionalista e dello zelo difensivo, si trovino in misura maggiore sul fronte della cultura israeliana, la stessa che suggerisce di scambiare un prigioniero dei propri con mille degli altri, e che ha al suo interno (in quanto Stato e in quanto democrazia) quegli strumenti che dovrebbero permettere l’esercizio della giustizia. Il che non garantisce di fare sempre la cosa giusta, ma gli strumenti ci sono. Sull’altro fronte, quello dell’ideologia islamista oggi maggioritaria a Gaza, il terrorismo è un’arma come tante altre. Dobbiamo chiederci perché questa cultura abbia preso piede, e le responsabilità dell’Occidente sono gravi anche in questo caso. Appare evidente però che una linea sottile collega le stragi di Nizza e Berlino, o l’eccidio del Bataclan, alle vittime innocenti di Kfar Aza e a quelle altrettanto innocue del rave party Supernova. È il desiderio della morte, quella morte voluta per sé e per gli altri, che sono odiati soltanto in quanto diversi, per il semplice fatto di esistere diversamente.


